Rimini, 5 ottobre 2017 - Nei casi come il suo, il rischio di mortalità è altissimo. Ma lui è riuscito a sconfiggere la malattia. E adesso non vede l’ora di tornare all’istituto ‘Molari’ di Santarcangelo, dove i compagni di scuola lo attendono a braccia aperte e sono pronti a organizzargli una grande festa.

In questi mesi sono andati a trovarlo spesso, e ogni giorno gli hanno dedicato frasi alla lavagna a scuola. Manca tra i banchi da metà febbraio il 16enne riminese colpito da una grave forma di meningite, un’infezione da meningococco di tipo Y. Dopo i primi giorni passati all’ospedale ‘Infermi’ di Rimini (in rianimazione), il ragazzo era stato trasferito al ‘Maggiore’ di Parma. E qualche giorno fa, dopo oltre 200 giorni di ricovero - come riporta La Gazzetta di Parma – è stato finalmente dimesso. Dovrà continuare a sottoporsi a cure e terapie, in una struttura riabilitativa. Ma il peggio ormai è alle spalle.

E’ la fine di un incubo per il 16enne riminese, che ha trovato la forza e il coraggio di reagire, e il prezioso aiuto di medici e infermieri di Rimini e Parma, che hanno fatto di tutto per salvarlo e curarlo. Il ragazzo ha subito in questi mesi 23 operazioni e alcune amputazioni (una gamba e le estremità di alcune dita delle mani). Amputazioni rese necessarie dalle necrosi sulla pelle di quasi tutto il corpo, causate dalla violenta meningite che l’ha colpito a febbraio.

Il suo caso è simile a quello di Bebe Vio, la campionessa paraolimpica di scherma. E il padre di Bebe, Ruggero Vio, dopo essere stato contattato dai familiari del ragazzo, era andato a trovare il giovane riminese a Parma, portandogli gli auguri di pronta guarigione da parte di Bebe. Come per lei, anche la vita del 16enne è cambiata completamente dopo la malattia. Dovrà ricorrere a delle protesi per tornare a camminare.

E la madre del ragazzo non ha dubbi: «Mi sento davvero fortunata, e per questo devo ringraziare tantissime persone: i medici e il personale degli ospedali di Rimini e di Parma, la mia famiglia... Ma il grazie più importante lo devo proprio a mio figlio, per aver deciso di rimanere con noi». E per lui ora comincia «il ritorno alla vita».

A febbario tutto questo sembrava impossibile. Perché le condizioni del ragazzo erano davvero disperate. E’ cominciato tutto con la febbre alta, e «poi nel giro di un’ora mio figlio – racconta ancora la madre – era coperto di macchie scure su tutto il corpo». Immediato il ricovero in ospedale, e subito si è capito che era meningite. Per giorni si è temuto che non riuscisse a sopravvivere alla malattia. In casi come questo il rischio di mortalità, come ha spiegato anche Edoardo Caleffi, direttore della struttura di chirurgia plastica e centro Ustioni dell’ospedale ‘Maggiore’ di Parma, il rischio di mortalità «è del 95%».

E gli effetti della meningite, anche una volta superata la fase più critica, possono essere devastanti. A Parma è stato utilizzato per il giovane uno strumento all’avanguardia, in grado di rilevare con precisione quali tessuti erano vivi e quali no. Questo ha permesso di intervenire amputando soltanto le parti davvero irrecuperabili, e salvando le altre.