Rimini, 20 maggio 2016 - Insieme hanno ucciso e insieme stanno morendo. Amore e morte, sembra essere il leitmotiv che unisce Dritan Demiraj e Monica Sanchi, i due amanti condannati rispettivamente all’ergastolo e a 30 anni di galera per l’omicidio di due persone. Lidia Nusdorfi, ex compagna di lui, e Silvio Mannina, ultimo amante di Lidia, caduto nella trappola che Monica gli aveva teso su volere di Dritan.

Ossessionato questo dall’idea di vendicare nel sangue il tradimento della madre dei suoi figli. Ma la pena inflitta loro dalla giustizia nemmeno li sfiora. Lei è inchiodata a un letto da una malattia che non le lascia scampo e che gli ha già paralizzato gambe e tronco. L’uomo che amava e per il quale ha ammazzato a sangue freddo, è invece in coma profondo all’ospedale di Parma, dopo un’aggressione subita in carcere.

I medici non sembrano lasciare speranze a nessuno dei due. E nessuno dei due può o vuole lottare. C’è già chi parla di giustizia divina, ma Dio ha poco a che fare con le vendette. «Non sono un mostro – mormorava Monica mesi fa con la poca voce che le è rimasta – non giudicatemi troppo severamente». La sua maledizione, dice, è stata quella di incrociare la strada di Dritan, e di averlo amato. Per quell’albanese appena conosciuto andò in televisione a mentire, a giurare in lacrime che non sapeva nemmeno chi fosse Silvio.

Adesso dice che non passa giorno che non senta le invocazioni d’aiuto di quel ragazzo mentre lo stanno torturando. Scoprì la malattia subito dopo l’arresto, quando dal carcere la portarono in ospedale per capire il perchè di quei mal di schiena feroci. La risposta fu una sentenza molto più dura di quella della Corte d’Assiste: una rara forma di tumore al midollo che ‘cammina’. «Io non ho più un futuro, posso solo aspettare che la malattia finisca quello che ha cominciato». Per molto tempo ha pensato che fosse la punizione per avere assassinato due innocenti. Poi anche lei parlò solo di «destino».

Dritan invece non aveva mai perso la sua baldanza. Sicuro di avere fatto la cosa giusta, partecipava alle udienze in tribunale con una freddezza irritante. Dal carcere di Parma spediva lettere a Monica in cui le esprimeva il suo dispiacere per averla trascinata in quell’inferno. Lei non gli ha mai risposto, piena di odio e di invidia per chi, seppure dietro le sbarre, poteva ancora passeggiare sotto il sole. In galera Demiraj lavorava, faceva ginnastica per mantenere intatto il suo fisico piccolo e tamugno.

Qualcuno gli aveva pronosticato una carriera da piccolo boss del carcere. Poi, di nuovo, una questione di incontri. Due mesi fa è inciampato in corridoio in un romeno che fuori faceva il pugile. E soprattutto che ce l’aveva con lui al punto da massacrarlo di pugni. Dicono l’abbia pestato per dieci minuti, prima che gli agenti di polizia penitenziaria riuscissero a toglierglielo di dosso. Ma Dritan non sente più niente, dalla Rianimazione l’hanno spostato nel reparto di lunga degenza, il suo corpo non manda più alcun segnale. E anche questo Monica gli invidia.