Rimini, 28 settembre 2017 - Marco Pantani, ultimo atto. A mettere la parola fine alla controversa inchiesta giudiziaria che voleva il Pirata vittima di un omicidio, è stata la Corte di Cassazione che ha respinto il ricorso presentato dall’avvocato della famiglia del campione, Antonio De Rensis, che non si era mai arresa alla conclusione del gip, Vinicio Cantarini. Il quale aveva accolto la richiesta di archiviazione presentata dalla Procura di Rimini, bollando l’ipotesi di un delitto come «una mera congettura fantasiosa». Le motivazione della Suprema Corte non ci sono ancora, ma la pietra messa su questa infinita e dolorosa vicenda stavolta è tombale, e condanna la parte ricorrerente a pagare anche le spese legali.

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«Le questioni sollevate più che a indicare indagini supplettive utili a scoprire elementi di un delitto non indagato, tendevano essenzialmente a far dubitare della correttezza e adeguatezza delle indagini del 2004 e a far ritenere falsi i suoi risultati, verosimilmente per cercare di cancellare l’immagine del campione depresso vittima della tossicodipendenza e dell’utilizzo di psicofarmaci, e accreditare l’immagine di una persona vittima incolpevole di violenze e complotti».

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Il procuratore capo della Repubblica, Paolo Giovagnoli, non era andato troppo per il sottile quando aveva chiesto l’archiviazione del caso. Un’inchiesta di omicidio aperta dopo l’esposto presentato dalla famiglia del Pirata, in cui paventava, appunto, morte violenta e complotti. Il procuratore aveva chiuso sostenendo senza mezzi termini che nell’esposto non c’era uno straccio di indizio che andasse nella direzione di un delitto, ma solo illazioni prive di elementi concreti. Anzi, le indagini supplettive, le nuove perizie e gli interrogatori fatti, avevano confermato che i poliziotti riminesi che aveva lavorato all’epoca, avevano scoperto tutta la verità.

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Giovagnoli aveva smontato punto per punto le contestazioni presentate nell’esposto: nel 2004, gli investigatori della Mobile avevano ricostruito per intero le ultime settimane di vita del campione, le persone che gli giravano intorno, ogni più piccolo spostamento di Pantani. E soprattutto avevano trovato chi aveva venduto la dose letale al campione. Gli spacciatori avevano confessato, ed erano stati condannati. Secondo il procuratore, l’esposto della famiglia era strumentale, al fine di ‘riscrivere’ la storia di un grandissimo ciclista morto di overdose. Una fine ingloriosa, causata dalla fragilità e dal dolore dell’uomo, che la famiglia però non voleva o poteva accettare. Il gip aveva archiviato senza alcuna riserva, ma la famiglia, di nuovo, non si era arresa e aveva presentato ricorso in Cassazione. Ora, la Giustizia ha detto la sua ultima parola.