Rimini, 14 maggio 2017 - "Pochi sedici sedici anni di carcere, Schettino meritava l’ergastolo». Tanto dolore ma soprattutto moltissima rabbia verso Schettino, quella che serpeggia ancora oggi, cinque anni dopo il naufragio, tra i parenti delle due vittime riminesi nella tragedia della Costa Concordia. Poca voglia di commentare la sentenza definitiva in Cassazione, che ha inflitto sedici anni di carcere al comandante della nave naufragata sugli scogli del Giglio, Francesco Schettino.

Nella casa di via Baravelli, a due passi da via dei Martiri a Rivazzurra, dove ha abitato per anni anche Susy Albertini, la mamma di Dayana Arlotti, morta a soli cinque anni nella sciagura del 13 gennaio 2012, insieme al padre Williams e altri trenta passeggeri, abitano i nonni materni, Alberta Sartini e Giovanni Albertini.

«Schettino? Non mi interessa, non voglio sapere niente, chiusa lì – attacca Alberta Sartini, che si affaccia dal balcone che dà sul giardino al piano terra dell’appartamento –. Quando lo vedo alla televisione, cambio canale oppure la spengo». Gli hanno dato sedici anni di reclusione... «Sedici anni sono pochi – prosegue la donna –, sono morte trentadue persone, e la mia nipotina Dayana insieme a loro – si commuove la signora –. Dovevano dargli l’ergastolo. Che lo rimettano in carcere e che stia chiuso là dentro. Adesso scusi, ma non abbiamo più niente da dire». Parla indossando il grembiule, è ora di pranzo, e dei vistosi guanti arancioni in lattice, da cucina. Poco dopo si affaccia al balcone anche il marito di Alberta Sartini, Giovanni Albertini, nonno della piccola Dayana. «Nostra figlia Susy – conclude la nonna – non abita qui con noi ma a Riccione». La signora spiega che è un ‘comune sentire’ in famiglia quello che si prova nei confronti del comandante della Costa Concordia. Sentimenti che si possono umanamente comprendere, da parte di chi si è visto portare via per sempre una bimba di soli cinque anni, insieme al padre.