Rimini, 3 dicembre 2017 -  Dopo il leader, anche il resto della banda di stupratori verrà processato a tempo di record. Il pubblico ministero della Procura dei minori di Bologna ha deciso il rito immediato per i due fratelli marocchini e l’amico nigeriano, protagonisti insieme a Guerlin Butungu della lunga notte di terrore che vide due donne stuprate, un giovane pestato a sangue e rapine.

I fratelli, di 15 e 17 anni, residenti a Vallefoglia, e il 16enne nigeriano che viveva a Pesaro, sono rinchiusi nei carceri minorili e su come andrà a finire per loro si possono solo fare ipotesi. La giovane età li salverà sicuramente da condanne pesanti, e probabilmente anche dal passare anni in carcere. Il processo è stato fissato al 28 marzo 2018.

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I due fratelli marocchino e  ragazzini hanno sempre indicato in Butungu il capo carismatico del loro gruppo. Quello che dava gli ordini a cui loro obbedivano «come cani». L’indomani dell’arresto, soprattutto i due fratelli, avevano scaricato sul congolese la maggior parte delle responsabilità. Suo l’ordine di violentare le due donne, sue le strategie delle rapine messe a segno ai danni di alcuni giovani che quella notte ebbero la sventura di attraversare la loro strada.

Ma le vittime hanno sempre dato una versione diversa dalla loro, indicandoli invece come molto attivi nella ferocia che ha contraddistinto il branco. Non semplici gregari, ma complici a tutti gli effetti.

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L’unico che fin da subito disse la verità, ammettendo tutte le colpe, era stato il nigeriano che non aveva cercato di sottrarsi alle sue responsabilità, raccontando nei particolari quella terribile scorribanda che gettò la riviera nella paura. Raccontò delle rapine che precedettero gli stupri, e di come poi erano stati trascinati in spiaggia i due amici polacchi. Di come il giovane era stato pestato a sangue e tenuto fermo, mentre loro a turno violentavano la ragazza.

Dopo i polacchi, era toccato allaperuviana che aveva incrociato la strada del branco, diretto alla stazione di Riccione per rientrare a Pesaro, da dove erano partiti la sera. Anche lei era stata vittima della violenza ripetuta di quei quattro folli, la cui ferocia era stata alterata dall’alcol che avevano ingurgitato. Senza immaginare che sarebbe stata propria la loro seconda vittima a fornire agli investigatori gli elementi più importanti per riuscire a identificarli.

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Tre bulli, soprattutto i marocchini, già conosciuti dalle forze dell’ordine del paese dove vivevano. Avvezzi a piccoli furti e a un’arroganza che li faceva sentire invincibili.

L’incontro con il congolese Butungu aveva fatto fare loro un salto di ‘qualità’. Questo, dal canto suo ha sempre respinto il ruolo di leader che cercava però di accreditare, raccontando di essere scappato dal Congo per avere ucciso delle persone. Un giovane con molte facce, capace di mostrarsi gentile ed educato, troppo sensibile ai bei vestiti che come dimostrano le foto postate su Facebook, era sempre riuscito a procurarsi senza che la comunità che lo ospitava si chiedesse come potesse permetterselo. Frequentava più di una chiesa, per avere tutti i vantaggi che poteva mettere insieme.

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Fu l’unico che organizzò una fuga, trascinandosi dietro il suo guardaroba, e fino a quando non venne messo con le spalle al muro, negò a oltranza. Durante il processo lampo è sempre stato a testa bassa, e non ha mosso un muscolo nemmeno quando il Tribunale l’ha condannato a 16 anni di carcere, più di quelli chiesti dal pubblico ministero.