Paolo Nutini, cantautore scozzese, nuova icona della musica internazionale, stasera alle 21.30 sul sagrato della chiesa della Collegiata. Aprirà il concerto Luca Gemma
di Stefano Marchetti
Verucchio (Rimini), 17 luglio 2012 - QUI A Verucchio sembra di ritrovare le atmosfere dei suoi album: ‘Le onde’ del mare sono all’orizzonte, ‘I giorni’ passano sereni, dal primo sole di ‘Una mattina’ fino al ‘Nightbook’, il libro notturno. E’ un luogo affascinante, quello dove stasera inizia il Verucchio Festival che Ludovico Einaudi, pianista e compositore di tocco minimalista amato nel mondo, ‘firma’ come direttore artistico da otto edizioni. Sul sagrato della chiesa della Collegiata o alla Rocca Malatestiana, fino al 28 luglio passeranno artisti di fama internazionale come Paolo Nutini, che stasera darà il via. Ed Einaudi concluderà la rassegna il 28 insieme alla tromba di Paolo Fresu.
Maestro Einaudi, come ha ‘costruito’ questo festival?
«L’idea del cartellone è sempre aperta: segue soprattutto le mie curiosità artistiche e i miei interessi di ricerca. Lo spazio della Rocca, in seconda serata, consente anche di offrire proposte molto particolari».
Quale sarà la ‘scoperta’ di quest’anno?
«Sicuramente Tomoko Sauvage, un’artista giapponese che lavora con le percussioni e l’acqua, con un complesso sistema di microfoni per composizioni elettroacustiche. Stupirà, davvero».
Nel programma c’è anche Marco Paolini. Un’apertura alla prosa?
«Mi sembrava interessante spingersi oltre la musica, allargare a linguaggi diversi. Sono nuovi impulsi intellettuali».
Il suo concerto con Paolo Fresu percorre l’Italia in tour. Ce lo racconta?
«E’ imperniato su mie musiche, reinterpretate in questa nuova versione. Paolo è totalmente libero di intervenire, sottolineare temi o prendere il volo, e allo stesso modo io reagisco ai suoi stimoli d’improvvisazione».
Le piace lavorare per generi trasversali?
«Mi diverte fare variazioni nel mio percorso solistico. Paolo Fresu ha un controllo del suono e una musicalità incredibili, ma sa anche valutare l’importanza del silenzio».
E’ vero che, se non avesse fatto il musicista, avrebbe voluto diventare un fotografo?
«La fotografia è una passione che ho coltivato già da adolescente. Visivamente nella foto ci sono i colori e le profondità della musica, dunque ci sono analogie».
Le piace comunque che la sua musica evochi immagini?
«Amo che la musica lasci una traccia al di là dell’ascolto, e che ognuno possa ‘sognare’ con la musica. Questo si può fare soprattutto quando la musica non ha parole, non segue una direzione univoca».
Lei porta la sua musica nel mondo. Trova differenze fra i Paesi?
«Sicuramente nel Nord Europa c’è una tradizione musicale molto solida, soprattutto per la musica strumentale. L’Italia è un Paese più orientato verso il canto».
Stefano Marchetti