Rovigo, 28 aprile 2008 -
IN PRIMO GRADO era stato condannato ma la Corte d’appello e, infine, la Cassazione lo hanno giudicato innocente. Si è chiusa così la vicenda giudiziaria di un farmacista rodigino che era finito a processo per la morte di una cliente. Tutto per aver scritto sulla confezioni di medicinale che la donna aveva acquistato con regolare ricetta medica il dosaggio delle pillole da prendere. Un dosaggio che, a quanto pare, era stato deciso dal medico di base della signora e scritto sulla stessa ricetta per poi venire copiato pedissequamente dal farmacista.
IL NUMERO DI PILLOLE prescritte (si trattava di un farmaco anticoagulante), però, fu notevolmemente superiore alla dose che serviva alla donna che finì per morire. E così scattò la denuncia del figlio che chiamò in causa, ovviamente, il medico di base. La posizione del medico, però, venne archiviata perché una perizia escluse la certezza di un nesso causale tra l’errore e il decesso della donna. A venire denunciato, però, fu anche il farmacista che, in sostanza, sempre secondo il figlio della signora, avrebbe dovuto accorgersi dell’errore del medico.
IN PRIMO GRADO, quindi, il tribunale di Rovigo formulò una sentenza di condanna. Una condanna giunta in seguito a una perizia legale che, ovviamente, parlo di un collegamento tra la morte della paziente e l’assunzione del farmaco con quel dosaggio. Il farmacista, però, decise di non arrendersi presentando appello. Fu proprio la Corte di Venezia quindi ad assolverlo perché, in sostanza, non poteva essere ritenuto responsabile dell’errore compiuto dal medico tenendo conto che il farmacista non aveva il compito di verificarne l’appropriatezza al caso particolare della signora. Tra l’altro, in ogni caso, pare che il dosaggio scritto dal farmacista, copiando le indicazioni del medico, fosse il massimo previsto da quel farmaco. Nei giorni scorsi, la conferma della Cassazione.