Ostriche nel Delta
Il tesoro torna alla luce

Andrea Donà, 46 anni di Rosolina, ha avuto l’autorizzazione per la costruzione del primo impianto di coltivazione di questi molluschi nella laguna di Porto Caleri. Di Carlo Cavriani

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Rovigo, 7 dicembre 2009 - Una volta si chiamava “palude delle ostriche”, ora è la laguna di Caleri. Di quell’antica definizione restano ancora oggi ben visibili ad occhio nudo dei banchi naturali di ostriche che emergono dall’acqua quando c’è bassa marea.


Piccoli isolotti che a macchia di leopardo testimoniano la presenza di un tesoro abbandonato. I pescatori non ci hanno più creduto da una decina di anni a questa parte. E le hanno lasciate lì, a vivere e a morire.
Perché era più facile e redditizio coltivare le vongole. Ma adesso qualcuno ha pensato bene che lasciar perdere un bene così prezioso sarebbe stato un delitto.


Andrea Donà, 46 anni di Rosolina, socio della Minerva srl, è uno dei quasi 400 pescatori che lavorano nella laguna di Caleri. Ha la passione e la testardaggine tipica di chi ama il proprio mestiere più di qualsiasi altra cosa.
Ha creduto prima in un’idea idea e quindi in un progetto. Superando un iter burocratico durato tre anni ha risolto pratiche regionali e provinciali, riuscendo alla fine ad avere la concessione per l’ostricoltura. Ossia uno specchio d’acqua dove poter coltivare le ostriche nostrane, buone da mangiare e depurate da quel fastidioso parassita che è la polidora che attecchisce quando il mollusco tocca il fondo.
Quello di Caleri è un progetto pilota ed è anche il primo impianto di questo tipo in Polesine. L’impianto nascerà proprio davanti all’isola di Albarella, difronte alla villa di Emma Marcegaglia, la presidente nazionale di Confindustria che spesso ama rifugiarsi d’estate nella sua dimora.


La nuova
coltivazione prevede la creazione di cestelli in pvc immersi nell’acqua e appesi a corde con delle boe per far fronte all’escursione delle maree, il tutto collegato a pali di polietilene. Un materiale che si flette e che non dà problemi se vai a sbatterci con la barca.
Cestelli dunque che non toccano il fondale (profondo almeno 2 metri), proprio per evitare il rischio di contaminazione con il fastidioso parassita.


Donà ha finora avuto l’autorizzazione dalla Provincia per pescare 200 chili di novellame di ostrica al giorno da immettere nell’impianto di allevamento. "Per adesso ci sono solo alcuni pali di polietilene piantati in acqua — dice Donà — perchè l’idea è di partire con la coltivazione dalla primavera prossima e nel giro di otto mesi arrivare al primo raccolto".

 
Previsioni è difficile farne, ma lui spera anche di produrne più di 50 quintali all’anno.
Tenendo conto che il valore commerciale va dai 2 ai 3 euro al chilo, fate i conti un po’ voi, ma il guadagno (se tutto va bene) dovrebbe esserci eccome. Una scommessa vera e propria, tipica di un imprenditore che rischia ed investe in proprio.


"Lo faccio
per diversificare il mio lavoro – dice Donà – anche perchè la coltura delle ostriche da noi è più antica di quella dei francesi. Eppure il prodotto che vediamo sulle nostre tavole arriva quasi tutto d’oltralpe".  Un ritorno all’antico dunque, quello che sta predicando il pescatore del delta.
Per adesso sono parole nel deserto, anzi nella laguna, ma come tutti i pionieri ha però il vantaggio di essere partito per primo.
L’intento è quello di mettere in luce una laguna dalle eccellenti caratteristiche ambientali attraverso la valorizzazione di colture come l’ostrica. Prodotti compatibili con l’ambiente e che possono raggiungere il consumatore attraverso un concetto di filiera corta. In maniera tale da vedere in un brevissimo futuro anche la vendita diretta del prodotto al pubblico.


Una laguna quella di Caleri, ampia poco più di mille ettari, dagli equilibri geomorfologici delicati e che come molte altre della costa nord-adriatica, ha subito in questo secolo profonde modificazion, che ne hanno sensibilmente ridotto l’estensione e alterato i fondali.


Negli anni passati i vistosi fenomeni di subsidenza, connessi con l’estrazione del metano e di acque delle falde profonde, hanno inoltre modificato la morfologia del bacino lagunare.
Ora c’è il Terminal Gasiero che si è piantato proprio davanti alla laguna. E’ lontano, ma si vede bene a occhio nudo. E se non fosse così impattante come dice qualcuno, i pescatori non avrebbero portato a casa un bel po’ di soldi come indennizzo per i danni che potrebbero creare i passaggi delle navi che trasporteranno il gas nel nostro Delta.

Carlo Cavriani

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