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Guerrini: "La mia sfida a nuoto
oltre il circolo Polare artico"

Il professore sta preparando meticolosamente il blitz che lo vedrà impegnato nelle gelide acque delle Isole Svalbard

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tratta dai dizionari Zanichelli
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Un nuotatore
Un nuotatore

Rovigo, 31 agosto 2011 - ALBERTO Guerrini è un professore di scienze di mezza età che insegna alle Superiori ma ha tutto per smentire in modo radicale lo stereotipo del tranquillo insegnante che uno si aspetterebbe. Vanta inoltre una rispettabile attività svolta in passato come ricercatore presso le Università di Ferrara, Ravenna, Urbino, Trieste. E’ stato in gioventù un buon nuotatore agonista ma poi è stato sedotto dalle traversate e in generale dalle imprese in acqua. Basta scorrere il suo curriculum per farsi un’idea che non è certo un tipo sedentario. Eppure, a trent’anni dalla sua prima traversata (1981, Sestre Levante - Lavagna), continua ad avere ancora stimoli per rimettersi in gioco. Ora il suo obiettivo sembra essere legato alle fredde acque del Nord, in Scandinavia. Alberto sta preparando meticolosamente il blitz che lo vedrà impegnato ben oltre il Circolo Polare Artico per nuotare nelle gelide acque delle Isole Svalbard (Norvegia), al di là dell’Isola degli Orsi verso il Polo Nord.

Alberto, quale sarà mai il meccanismo che scatta ancora una volta in te e fa sì che tu ti metta a progettare nuove imprese che molti potrebbero giudicare delle pazzie quasi senili?
«Quando si è ragazzi abbiamo eroi che dalle pagine di un fumetto, dalle immagini di un cartone animato o di un film o dai racconti di qualcuno, infiammano la nostra fantasia e aprono la mente verso mete fantastiche e orizzonti nuovi. Sono i primi passi per diventare uomo, e qualcuno dice che finchè i sogni animano lo spirito umano, quell’uomo non sarà mai tale, rimarrà per sempre ragazzo».

D’accordo, però ora sei un uomo maturo e anche le risorse fisiche non possono più essere quelle della giovinezza…
«Non ho una risposta, posso solo dire che a 50 anni suonati ho ancora un progetto, un’idea da seguire che è nata tanti anni prima, quando ero adolescente. Il mio eroe, mio mentore è stato Thor Heyerdahl, uno dei più grandi esploratori di tradizione romantica e umanistica, l’ultimo della razza dei Livingstone e degli Schliemann, un norvegese insaziabilmente curioso, entusiasta fino all’incoscienza, razionalmente cocciuto. Un uomo osteggiato dall’establishment accademico, spesso smentito dalla realtà scientifica. Tuttavia nell’immaginario collettivo l’archeologo, l’antropologo, l’esploratore vestono i panni di uomini come Thor Heyerdahl».

Che cosa ti fatto scoprire Heyerdahl? Questa specie di Indiana Jones norvegese?
«Da ragazzo mi sono nutrito dei suoi libri, Fatuhiva e Kont-Tiki in particolare, libri di avventura oceanica, ma soprattutto libri di avventura interiore. E devo ammettere che molte scelte di vita personali e individuali sono state fortemente influenzate da quelle letture. E influenzano ora un progetto di esplorazione sportiva che parte dal mio “Io” più profondo, biologicamente parlando, per esprimersi nei luoghi nativi di Thor Heyerdahl, la Norvegia e il Circolo Polare, fino a spingermi a nuotare, se sarò bravo e fortunato, nei luoghi abitati più settentrionali del mondo, le Isole Svalbard».

Le Isole Svalbard? Ma sono molto più a nord della punta estrema norvegese! Ci sono centinaia di chilometri di mare Artico per raggiungerle!
«Lo so bene. Per questo progetto sono anni che mi preparo: anni in cui vado a cimentarmi con il cambio delle stagioni e il contatto continuo con il mare, persino nei rigidi inverni del nordest. Vado al mare a nuotare tutto l’anno, da anni. E non per il classico tuffo di Capodanno, che tanto incuriosisce e talvolta riceve qualche minuto di attenzione mediatica, bensì per veri e propri allenamenti e test, quasi sempre ben riusciti, ma qualche volta causa di conseguenze fisiche piuttosto serie».

Sono imprese in cui non si può improvvisare se non si vogliono correre rischi. Come pensi di prepararti?
«Dal prossimo autunno sarò seguito da uno staff medico tutto rodigino per indagare le conseguenze del nuoto prolungato in acque fredde sul fisico umano, partendo dalle conoscenze scientifiche già acquisite e dalla mia esperienza personale che è considerevole. Con due fattori a complicare l’indagine: l’età, perchè avere 30 anni o 50, come me, non è propriamente la stessa cosa. E la donazione del sangue, perchè non rinuncerò, nei prossimi 24 mesi, a donare il sangue, dato che da oltre dieci anni riesco felicemente a coniugare l’impegno sportivo con la donazione. Anche questa è una sfida che proverò a vincere».

di ALESSANDRO ANDRIOLLI


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