Rovigo, 19 dicembre 2016 - Pagine strappate di un’agenda e appunti da decifrare, mail inviate in Italia da Kabul dove lavorava e poi sparite. Sono i nuovi interrogativi ai quali la procura militare di Roma sta cercando di ricomporre per scoprire la verità sulla fine di Marco Callegaro, il soldato di Gavello trovato morto la notte tra il 24 e il 25 luglio del 2010, all’interno del suo ufficio nell’aereoporto della capitale afgana.

Un colpo di pistola alla testa. «Suicidio», dissero. «Impossibile, mio figlio non si sarebbe mai ammazzato», ha sempre sostenuto papà Marino. Suo figlio Marco aveva 37 anni quando è morto, era sposato e aveva due bambini che lo aspettavano a Bologna.

A novembre la procura militare di Roma ha chiuso l’inchiesta che vede indagati sei ufficiali con l’accusa di truffa militare aggravata. «Alla luce di quanto sta emergendo dall’indagine condotta dalla Procura Militare nella persona del suo vertice, il magistrato dottor Marco De Paolis, oggi più che mai ci colpisce e ci interroga l’annotazione scritta dal capitano Callegaro sulla sua agenda cartacea il 18 luglio 2010: ‘rivisto alcune cose, presa coscienza’». Il riferimento all’appunto nell’agenda, a cui furono anche strappate pagine, è in una nota dell’avvocato Andrea Speranzoni, che assiste la famiglia dell‘ufficiale.

L’inchiesta è legata al noleggio di mezzi con blindatura minore di quella prevista. «La famiglia vuole sapere cosa accadde negli ultimi quattro giorni di vita al capitano, militare di valore e uomo integerrimo», dice l‘avvocato. «Sappiamo che Callegaro - continua il legale - era giunto ad Herat in Afghanistan il giorno precedente, atterrando a Kabul il giorno 18. Alcune pagine della sua agenda risultano inspiegabilmente strappate».

Callegaro «era un professionista di primo piano - aggiunge Speranzoni - dotato di una formazione militare e contabile alte ed eccellenti, con un profilo psicologico e personale forte e vagliato costantemente anche dall’autorità medica militare. Proprio queste sue competenze professionali e questa sua forza morale a cui non è mai stato disgiunto un profondo senso di umanità avevan fatto sì che in un teatro operativo così delicato come quello afghano egli avesse la gestione amministrativa di tutto il contingente italiano presente a Kabul, più di 200 persone».

Inoltre, il 19, ricostruisce l’avvocato, ci fu un «importante appuntamento che richiese uno sforzo importante anche in materia di sicurezza, la Kabul Conference. Sappiamo, grazie all’investigazione della Procura Militare anche che, contrariamente ai rumors della prima ora, le sue relazioni familiari con moglie e figli erano felici e proiettate nel futuro e che dopo poche settimane sarebbe rientrato in Italia. Qualcosa accadde al suo ritorno nel teatro delle operazioni. Qualcosa che lo indusse a ritenere di dover comunicare con amici mediante posta elettronica inviando documenti di lavoro riservati».

Su questo «ulteriori approfondimenti sono in corso, anche su quelli che all’epoca erano gli interlocutori afghani del militare, e sarà la Procura della Repubblica di Roma a dover approfondire quel che accadde in quel contesto tra il 18 e il 24 luglio 2010». Per Speranzoni «è quella del capitano Callegaro una morte che pone interrogativi e richiede molte risposte. Cosa significa l’ultimo appunto ‘presa coscienza’? Coscienza di che cosa?».