Rovigo, 29 novembre 2016 -Marco Callegaro era un soldato che trascorreva la giornata a fare conti, quelli militari. Era una brava persona, onesta. Prima di morire si era impegnato a gestire meglio i fondi dell’esercito che, a suo dire, venivano sprecati. Scrisse al padre: «Voglio far risparmiare l’Italia».

Il 25 luglio del 2010 l’hanno trovato ucciso con un colpo di pistola nel suo ufficio all’aeroporto di Kabul: aveva 37 anni. Suicidio. Così venne archiviato il caso, facendo filtrare anche la notizia che la decisione di togliersi la vita sarebbe avvenuta per motivi sentimentali.

Lui che era originario di Gavello (in provincia di Rovigo) ma che viveva a Bologna con moglie e due figlie piccole e che, poco prima di ripartite per l’Afghanistan, era stato con la famiglia in vacanza a Riccione.

Chi lo conosceva non ha mai creduto a questa storia. Proprio partendo dalla morte «sospetta» di quel capitano dell’esercito, capocellula amministrativa dell’Italfor, la procura militare di Roma ha scoperto una truffa incentrata sulla blindatura – risultata più leggera (e meno cara) di quella pattuita – dei veicoli civili destinati ai militari di vertice e alle personalità in visita al contingente italiano: sei gli ufficiali ai quali è stato recapitato un avviso di conclusione indagini per il reato di truffa aggravata militare.

Una truffa volta a far risparmiare illecitamente la ditta afgana noleggiatrice dei blindati, il cui titolare è indicato dagli inquirenti come «vicino agli ambienti del terrorismo internazionale» e che sarebbe potuta costare cara a chi viaggiava su quei mezzi, che avrebbero resistito meno del previsto di fronte a un attentato.

In particolare, i 6 ufficiali indagati avrebbero taciuto il dato della difformità del livello di blindatura di tre veicoli destinati all’Italian Senior Officer, cioè l’ufficiale italiano più alto in grado in Afghanistan, rispetto alle caratteristiche fissate nel contratto.

L’intera pratica – corredata da un certificato di blindatura contraffatto – venne curata dagli uffici amministrativi di Kabul dove lavorava il capitano Marco Callegaro.

I fatti risalgono al maggio del 2010, quando gli uffici amministrativi del contingente italiano contestarono alla ditta di noleggio afgana il carente livello di blindatura dei tre mezzi. Nonostante ciò, qualche tempo dopo, dagli stessi uffici arrivò il via libera al pagamento delle fatture per il noleggio delle tre vetture: quasi centomila euro per cinque mesi, dall’1 marzo al 31 luglio 2010. Così facendo gli indagati avrebbero procurato alla ditta afgana l’«ingiusto profitto» di 35.000 euro.

Le indagini coordinate dal procuratore militare Marco De Paolis e dal sostituto Antonella Masala sono durate anni: centinaia i militari sentiti in Italia e in Afghanistan, a tutti i livelli, 28 i veicoli blindati sequestrati, prelevati e analizzati migliaia di documenti che hanno riempito quattro container. I magistrati con le stellette si apprestano ora a chiedere il rinvio a giudizio dei sei ufficiali. Sulle circostanze della morte di Callegaro, gli stessi magistrati hanno però le mani legate: la competenza a indagare è della procura ordinaria.