Rovigo, 25 settembre 2017 - Oltre cento persone. Nonostante la pioggia e il fatto che da vedere c’erano alla fine solo tre stanze vuote, con copertura a volta. È bastato annunciare l’apertura per un’ora e mezza dei sotterranei del castello che la gente è accorsa in massa. Già prima delle 16 ieri, orario di appuntamento con Maria Grazia Li Donni di ‘Turismo e Cultura’, c’erano numerose persone in fila, adulti, anziani, famiglie con bambini. Pochissimi invece i giovani.

La guida si è concentrata proprio sui più piccoli, raccontando loro che molto probabilmente quegli ambienti di epoca Medioevale erano utilizzati per conservare i viveri ed anche come deposito per il ghiaccio. Presenti anche esponenti dell’amministrazione comunale. Si tratta di un’idea dell’assessore alla cultura Alessandra Sguotti.

Pare non sia stato semplice organizzare questo evento. C’era infatti molto da ripulire, i faretti del teatro da portare e da accendere per fare luce nelle sale. Resterà un episodio isolato. Nel senso che non si tratta dell’inaugurazione di un luogo che d’ora in poi sarà aperto al pubblico. Qualcuno aveva pensato di allestire un’enoteca all’interno del castello ma sembra che l’azienda sanitaria non sia disponibile a rilasciare le autorizzazioni perché lavorare otto ore di fila in un ambiente di quel tipo, umido e angusto, sarebbe fuori norma. Sul prato infatti da qualche mese c’è una struttura mobile a forma di container vetrato che fa i panini. C’erano anche il sindaco Massimo Bergamin, il presidente del consiglio comunale Paolo Avezzù e i consiglieri Renato Borgato del gruppo misto e Nicola Marsilio, capogruppo Lega Nord. Alle stanze sotterranee si accede proprio dal centro del parco, circondato dalle mura e contornato dalle due torri, Donà e Grimani.

La prima traccia del castello, come scrive il libro ‘Rovigo, i luoghi e il tempo’ di Sergio Garbato, la si trova in una bolla papale dell’11 giugno 920 dopo Cristo. Giovanni X autorizzava il vescovo Paolo Cattaneo, signore allora di gran parte delle terre lì attorno, a costruire una fortificazione per difendere la sua chiesa dalle insidie dei barbari. In un primo tempo era stata costruita una rudimentale fortificazione, cioè una torre circondata da una robusta palizzata a ridosso dell’argine destro del fiume e probabilmente confinante con la palude. Poi, a forza di consolidamenti, crebbe anche il castello eretto su un grande terrapieno artificiale di forma quadrata con mura merlate e poderose. La torre più alta, di 50 metri, ha preso il nome di «torre Donà» nel 1598 dalla famiglia che ne diventò proprietaria. La torre «mozza» invece è detta «torre Grimani» dal nome dei proprietari che sono subentrati ai Donà nel secondo decennio dell’Ottocento.