Rovigo, 18 dicembre 2017 - Combattere il disturbo da gioco d’azzardo, ma non attraverso il proibizionismo. Questo è quanto proposto dall’istituto Milton Friedman durante il confronto pubblico tenutosi al caffè Dersut in Corso del Popolo a Rovigo.

Un’occasione, hanno spiegato gli organizzatori, per riflettere sul problema della dipendenza da gioco d’azzardo ma da un punto di vista differente: ossia mettendo da parte il proibizionismo e tentando invece strade differenti per la sua regolamentazione. “Un secolo fa in America è stata tentata la strada del proibizionismo per l’alcol – racconta Andrea Villotti, direttore generale dell’istituto Milton Friedman – I risultati non sono stati quelli desiderati, con la creazione di un grande mercato illegale lontano da qualsiasi controllo. Alla fine chi pensò a quella soluzione dovette ammettere d’essersi sbagliato. Oggi, a un secolo di distanza, stiamo percorrendo la stessa strada”.

A confermare questa teoria, secondo Villotti, il caso della città di Bolzano. “A Trento il gioco d’azzardo non è proibito e lì quasi non si conosce il gioco illegale, mentre a Bolzano, dove l’amministrazione ha espressamente bandito le macchinette, si contano quattro volte i ludopatici di Trento”. Una posizione confermata anche da Luigi Nevola, presidente dell’associazione La Sentinella. “Lavoro come insegnante a Bolzano e ho notato che i miei studenti lamentavano ingenti perdite alle macchinette. Ho quindi deciso di capire come funziona il mondo del gioco d’azzardo per poterli aiutare. A Bolzano le slot sono bandite da tutti i bar, ma poco dopo l’entrata in vigore di questa norma hanno iniziato a comparire i cosiddetti “totem”, ovvero macchinette totalmente illegali, molto simili a computer, ma del tutto scollegati dal gettito dell’erario e dal controllo dello Stato”.

Attraverso i “totem” si continua a giocare d’azzardo, anche di più, ma senza alcun limite e senza alcun controllo. “Queste slot sono difficilissime da sequestrare perché una contradditoria normativa europea le considera come degli “infopoint”. Che però permettono qualsiasi giocata anche ai minori”. Ecco perché, secondo Nevola, è meglio tentare altre strade: “Se il gioco non si può estirpare, allora bisogna gestirlo. Noi siamo contro il proibizionismo tout-court, ma vogliamo creare una sana cultura fin dalla giovane età per non far cadere nessuno nella compulsività, quello è il vero pericolo. Dobbiamo fare delle campagne serie”. Lo conferma Cesare Guerreschi, presidente della Società italiana d’intervento sulle patologie compulsive “Me ne occupo da trent’anni e vi assicuro che un giocatore, un ludopatico compulsivo, è capace di passare sopra a tutto e a tutti pur di non fermarsi”.