Rovigo, 14 febbraio 2018 - Sabato Saul Malatrasi, il più grande calciatore polesano di tutti i tempi, compie 80 anni. Un traguardo importante per un uomo che di traguardi, meglio, di obiettivi raggiunti, se ne intende. Tre volte vincitore della Coppa Intercontinentale, due volte con l’Inter e una con il Milan, altre due volte sul tetto d’Europa con la Coppa dei Campioni conquistata una volta con la maglia rossonera e una con quella nerazzurra, tre volte campione d’Italia, due con l’Inter e una con il Milan, il palmares di Saul Malatrasi è completato con due Coppa delle Coppe, Fiorentina e Milan e tre presenze con la nazionale maggiore. L’augurio di ‘buon compleanno’ a questo monumento del calcio italiano non è semplice e il rischio di cadere nel banale è dietro l’angolo.

Tutte le tentazioni di omologare verso il basso il senso dei ragionamenti in occasione dei festeggiamenti per l’ottuagenario campione svaniscono però immediatamente, è sufficiente fare esercizio di memoria trasferendo sulla carta le sensazioni che trasmette un incontro, qualsiasi, con Saul Malatrasi, difensore di Calto che ha conquistato il mondo. E prima che all’ex calciatore è fondamentale, per la caratura del personaggio, augurare buon compleanno all’uomo Saul Malatrasi, umile, sempre disponibile, mai reticente nei racconti non perché vanesio ma perché consapevole del desiderio di ascoltare dalla sua voce vicende, esperienze, aneddoti. Auguri a Malatrasi perché puoi incontrarlo ovunque, e non è cosa di poco conto.

Nella sua Calto durante la consueta passeggiata di buon mattino, sulla piazza del paese in compagnia dell’amico di una vita, l’inseparabile Stanislao Tao Bulgarelli, al ‘Paolo Mazza’ per seguire la ‘sua’ Inter o il ‘suo’ Milan, sempre attento, sempre disponibile a scambiare due chiacchiere, meglio se l’argomento è il calcio. Auguri a Malatrasi perché l’umiltà è una delle peculiarità del suo carattere; con Malatrasi si parla di Trapattoni e Rivera, Mazzola, Facchetti ed Herrera, della finale finita a botte in Argentina contro l’Estudiantes, del presidentissimo Angelo Moratti, quasi si trattasse di parlare, anche per chi ascolta, di una quotidianità vissuta a distanza, certo su un binario parallelo, comunque coinvolgente. «Rivera era un giocatore eccezionale, insegnava a tutti il significato del calcio. La Juve non era nel mio destino, mi chiamò Edoardo Agnelli ma poi prese Cervato. Omar Sivori era un fenomeno. Tifo Spal perché mi ha lanciato nel calcio che conta, Milan per passione, Inter per l’esperienza vissuta con Italo Allodi e per gli anni della consacrazione. Amo queste tre squadre, con tutto il cuore», sono alcune delle frasi che Malatrasi ama ripetere come un mantra, insieme al ragionamento che, in fondo, il calcio di oggi, anche il calcio, «non è più quello di una volta». Auguri a Saul Malatrasi perché, quando racconta, gli altri sono parte fondamentale del senso della narrazione, lui non è quasi mai il protagonista principale. E non solo perché gli altri protagonisti sono altrettanto monumentali ma perché Malatrasi è fatto così, perché appena poteva tornava al paese, perché con Calto non ha mai tagliato i ponti, perché «anche ‘Tao’ era molto forte ma io sono stato più fortunato». Auguri a Malatrasi perché quando racconta ti si materializza davanti agli occhi il ‘Paron’ Rocco con un bicchiere di rosso sul tavolino, vedi gli occhi furbetti di Helenio Herrera e ti sembra di vivere situazioni che, per l’anagrafe, hai potuto ammirare non meno di quindici anni dopo. Gli auguri a quest’uomo sono sentiti perché, a tutti, nessuno escluso, offre sempre un parere competente e consapevole, è nonno ma anche fratello maggiore, è tifoso ma anche allenatore. L’esempio nell’intervista alla vigilia di Spal – Milan in relazione alla valutazione del reparto difensivo della squadra estense: «Quando guidavo io la difesa davo questa regola: mai arretrare oltre la linea dell’area grande, altrimenti finiamo in bocca al nostro portiere. Queste sono cose che i difensori sanno ma a volta non fanno, perché sbagliano loro. Io sto con gli allenatori, le cose basilari in serie A i giocatori devono conoscerle, se non le conoscono non sono da serie A». E allora auguri campione, e nemmeno questo è banale, perché di campione si tratta, nel calcio e nella vita.