Senigallia (Ancona), 11 settembre 2018 - Un video choc girato da un’associazione animalista in cui si vedono maiali presi a sprangate a più riprese fino ad arrivare all’abbattimento dopo diverse decine di colpi. Immagini oltremodo cruente recapitate nelle scorse settimana in Procura che, dopo le prime verifiche e l’avvio della fase di indagine sulle presunte torture, hanno fatto scattare ieri mattina il blitz dei carabinieri forestali coordinati dal capitano Simone Cecchini all’interno dell’allevamento di un’azienda di Senigallia dove si è provveduto ai sequestri.

I forestali provenienti anche dalle vicine zone di Genga, Sassoferrato e Arcevia per dare man forte ai colleghi locali, hanno fatto irruzione di buon mattino nell’impresa senigalliese, dove è stata rinvenuta la mazza in ferro lunga circa un metro immortalata nel video degli animalisti e usata, almeno in quel caso, per l’abbattimento cruento degli animali. Ma anche altro è stato il materiale prelevato nell’impresa specializzata nei soli suini – in tutto diverse centinaia quelli presenti nell’allevamento tra cuccioli e adulti – tra cui un impianto che genera scosse elettriche nella ricostruzione accusatoria ugualmente usato per stordire i maiali. E ancora altri attrezzi per tagliare code e testicoli, operazioni fatte per migliorare la qualità della carne dell’animale.

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Reperti a cui si aggiunge la documentazione fotografica effettuata sul posto in merito a condizioni igieniche che, secondo i forestali in alcuni casi sarebbero state al limite, non solo per la custodia degli animali, ma anche per lo stato di conservazione delle varie apparecchiature. Nei prossimi giorni verrà completato il fascicolo accusatorio che vedrà coinvolto il titolare dell’impresa per i presunti maltrattamenti, in quanto a termine di legge gli animali devono essere abbattuti nei mattatoi, quindi con operazioni effettuate da personale specializzato, comprese quelle che riguardano esemplari malati come nel caso in questione. Quanto, invece, alla mutilazione degli animali, alcuni operatori avrebbero effettuato le prime parziali ammissioni sugli interventi avvenuti direttamente all’interno dell’allevamento.

Anche in questo caso, secondo l’ipotesi accusatoria, quelle operazioni sarebbero state effettuate da soggetti privi delle necessarie abilitazioni e licenze medico-veterinarie. Possibile, quindi, che anche per i dipendenti dell’azienda ci sia il rischio di finire sotto inchiesta qualora non riescano a dimostrare che castrazioni e decurtazioni delle code siano state ordinate dai responsabili aziendali. Oltre eventuali ripercussioni penali per le singole persone fisiche, l’impresa rischia anche di vedersi comminate ammende in denaro assai salate, nell’ordine di diverse decine di migliaia di euro.