Occhiali, doppia mascherina e copertura per il viso: la clinica della febbre a Pechino
Occhiali, doppia mascherina e copertura per il viso: la clinica della febbre a Pechino

Jesi, 21 febbraio 2020 - "Sto lavorando alla clinica della febbre a Pechino. Da medico di medicina generale sono in prima linea per cercare di contrastare il coronavirus, ma se dovessero chiamarmi a Wuhan per affrontare l’emergenza non potrei certo sottrarmi". Tan Tan Guo è il medico jesino, origini cinesi e cittadinanza italiana che ha vissuto 25 anni a Jesi dove, dal 2003 per 12 anni è stato guardia medica e medico di famiglia. Apprezzato e stimato da tutti. Ora dal 2015 vive a Pechino dove si è sposato e lavora in ospedale.

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Domenica scorsa è stato chiamato a svolgere servizio all’ospedale della febbre dove i medici affrontano i casi sospetti di coronavirus. "Ho iniziato nel 2003 con la Sars all’aeroporto di Falconara – racconta –. In caso di passeggeri con la febbre venivamo allertati per entrare in azione e attivare le procedure di quarantena. Nella clinica della febbre indossiamo due mascherine, una copertura per il viso e anche degli occhiali. Anche il cellulare è rivestito di diversi strati di plastica come protezione. Le mascherine con tutti gli elastici e gli occhiali sono pesanti da indossare dalle 7 alle 10 ore al giorno. Per ora non sono capitati casi di coronavirus ma a Pechino sono stati 395 i casi confermati e 153 quelli guariti, 4 i morti".

Tan Tan si dice preoccupato ma pronto a dare una mano per il suo Paese d’origine: "Qui c’è grande solidarietà: i medici e gli infermieri che sono a Wuhan sono davvero degli eroi. Fanno turni massacranti chiusi in una tuta che non lascia respirare. I contagi fuori da Wuhan sono in calo, segno che il grande lavoro fatto dal governo cinese sta funzionando. Hanno chiuso in poco tempo una città con 11 milioni di abitanti e costruito in dieci giorni un ospedale con mille posti letto".

Il dottor Guo racconta di una Pechino sotto assedio con locali pubblici, ristoranti e attività ancora in gran parte chiuse. Una vita ‘blindata’: "Quando rientro a casa nel mio quartiere nei garage che utilizzano fino a mille persone ci sono quattro cancelli, dopo il coronavirus ne resta aperto solo uno, dove ci sono due guardie che ti identificano e misurano la febbre. C’è un grande controllo e se esci di casa senza la mascherina ti guardano molto male. Ho subito chiesto scusa spiegando che l’avevo dimenticata".
 

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