Paolo Curi, marito di Eleonora Girolomini, 39 anni, una delle sei vittime
Paolo Curi, marito di Eleonora Girolomini, 39 anni, una delle sei vittime
di Alberto Bignami "Mi immaginavo già che non avrebbero preso il massimo della pena, e ho visto ragazzi che ci hanno rovinato la vita, e li ho visti molto sbruffoni, spavaldi. Sono partito da casa con odio, anche se è questa una parola grossa". Paolo Curi, vedovo di Eleonora Girolimini che era in quella discoteca per accompagnare la figlia, si sofferma sul ballatoio del tribunale, davanti all’aula al quinto piano dove si è tenuta la sentenza. "Hanno preso al massimo 12 anni – riprende – Una cosa che non mi lascia soddisfatto. Immaginavo, dentro di me – riprende – che sarebbe stato...

di Alberto Bignami

"Mi immaginavo già che non avrebbero preso il massimo della pena, e ho visto ragazzi che ci hanno rovinato la vita, e li ho visti molto sbruffoni, spavaldi. Sono partito da casa con odio, anche se è questa una parola grossa". Paolo Curi, vedovo di Eleonora Girolimini che era in quella discoteca per accompagnare la figlia, si sofferma sul ballatoio del tribunale, davanti all’aula al quinto piano dove si è tenuta la sentenza. "Hanno preso al massimo 12 anni – riprende – Una cosa che non mi lascia soddisfatto. Immaginavo, dentro di me – riprende – che sarebbe stato difficile che quei ragazzi avrebbero ricevuto la stessa condanna chiesta dal pm". Lo ‘sconto’, per Curi, è troppo. "Speravo che glieli dessero tutti però purtroppo non è andata così. I miei quattro figli non hanno più la madre, io non ho più la moglie con cui stavo da una vita. Altre cinque famiglie non hanno più i figli...".

E alla domanda se per caso si sente come se fosse ‘soddisfatto a metà’, la risposta, annuendo, è: "direi di sì. Quei ragazzi – spiega ricordando i momenti in aula – erano molto tranquilli. Io già partivo da casa senza averli mai visti e, potrei dire ‘logicamente’, sono partito con un sentimento di odio. ‘Odio’ forse è una parola grossa, però bisogna anche pensare che a noi ci hanno rovinato la vita. Ce l’hanno rovinata non solo loro – sottolinea – però anche loro. Vedendoli qua quel sentimento di ‘odio’ è ancora aumentato perché sono sembrati dei ragazzi con atteggiamenti molto sbruffoniperché si giravano, ci guardavano male… come se fosse una sfida – prosegue – Ce ne era uno in particolar modo, che si voltava sempre. Non è stata una sensazione solo mia, perché è stata notata anche dagli altri parenti delle vittime".

Curi, con lo sguardo che a tratti si incupisce ripensando probabilmente alla notte della strage di Corinaldo, si abbandona in un "sono deluso. Gli anni che hanno preso – ribadisce – sono pochi. Spero che almeno, da adesso in poi, con il secondo filone del processo, vengano condannati quelli che secondo me sono forse anche i più grossi responsabili di questa strage: i gestori e la commissione che ha riaperto quella discoteca nel 2017, che era una discoteca chiusa che non aveva in realtà nessun permesso per aprire. Se loro non avessero aperto – conclude – avrebbero salvato la vita di mia moglie. Questi ragazzi hanno fatto le stesse cose in altre discoteche e non è morto nessuno, neanche un graffio. Io ero lì dentro, si respirava aria d’insicurezza al 200%". Anche una delle figlie di Curi ha sentito della condanna e "pur non conoscendo gli aspetti tecnici perché piccola, ha 12 anni – dice – mi ha chiesto: ‘Perché hanno preso meno?’". E ancora: "Ora proverò a spiegare ai miei figli, che sono rimasti a casa, perché queste persone sono state così cattive. Proverò a dire loro che passeranno diversi anni in carcere. Sarà magari una piccola soddisfazione. Questi non sono i soliti ragazzi ma sono giovani criminali. Giustizia è stata fatta a metà".