Dieci anni senza Benedetta: "Ci manca, era un grillo. Ora andiamo avanti nella battaglia per la vita"

Il papà Gabriele Moroni: "Aveva 12 anni quando si è sentita male dopo la gara. Era il giorno del mio compleanno, da allora non lo festeggiamo più".

Dieci anni senza Benedetta: "Ci manca, era un grillo. Ora andiamo avanti nella battaglia per la vita"

Dieci anni senza Benedetta: "Ci manca, era un grillo. Ora andiamo avanti nella battaglia per la vita"

Gabriele Moroni, papà di Benedetta. Sono trascorsi dieci anni dal quel suo tragico compleanno, coinciso con la scomparsa di sua figlia...

"Non abbiamo più festeggiato. Il pensiero torna sempre lì, seppure proviamo quotidianamente a reagire a questo nostro grande dolore".

E in tal senso avete sempre ricevuto una forte solidarietà. Da ultimo, nella partita di domenica della Stamura, c’è stato un toccante momento di ricordo di Betta. Cos’ha provato?

"È stato molto emozionante. Abbiamo trascorso una mattinata con le ex compagne di basket di Betta. Domenica, incredibile ma vero, erano impegnate in una partita proprio contro la squadra di Pesaro, a distanza di dieci anni da quella stessa partita in cui mia figlia accusò il malore. Erano presenti anche i vertici della Stamura e le autorità sportive, che non ci hanno mai fatto mancare la loro vicinanza nel tempo, così come il dottor Marco Pozzi. Con lui si è creato un rapporto assolutamente speciale".

Ci dica di più. Di fatto continuate a collaborare anche oggi?

"Direi di sì. Allora da direttore della clinica di cardiochirurgia pediatrica di Ancona ci abbracciò, prima, durante e dopo la degenza di Benedetta. E altrettanto sta facendo con l’associazione Un battito di ali, del quale è stato uno dei fondatori. La vicenda di nostra figlia lo colpì molto e noi familiari, oggi, non possiamo far altro che sposare la campagna di prevenzione che sta portando avanti, contro quelle morti improvvise che, specie con analisi e controlli più approfonditi in fase di rilascio dei certificati agonistici sportivi, potrebbero essere evitate".

Che ricordo ha di sua figlia?

"Era una bambina molto sana, attiva, dinamica. Già dai sei anni seguiva il fratello più grande nel Taekwondo, fino a che non scelse l’attività agonistica di minibasket. Era un grillo. Abitiamo in campagna, era facilissimo vederla arrampicata sugli alberi, piuttosto che a sfrecciare in bicicletta. Il fisico non aveva mai palesato sofferenze, ma col senno di poi io e la mamma, in quei giorni, qualche piccolo segnale di affaticamento lo avevamo notato. Mai, però, avremmo immaginato quello che le sarebbe accaduto di lì a poco. I ricordi sono tanti. Gli sguardi, gli atteggiamenti amorevoli verso i genitori, le coccole della sera. Indimenticabili".

È una ferita che non si rimargina?

"Come famiglia andiamo avanti proprio per lei, dopo un episodio inspiegabile. Io, mia moglie, nostro figlio Filippo abbiamo scelto di non chiuderci in quattro mura, ma di condividere il nostro dolore affinché quell’esperienza possa appunto servire a salvare altre vite".

Ed ecco dunque il sostegno a Pozzi e all’associazione Un battito di ali.

"Esatto. Anche domenica il dottore ha ricordato ai genitori che non si muore di sport, ma anche quanto è fondamentale il grado di attenzione con cui vengono svolti gli screening periodici. Nell’occasione è stato presentato un poster che riassume i principi della prevenzione. Questo è il modo più efficace per prevenire morti come quelle di Benedetta. Le indicazioni contenute nel poster hanno anche ricevuto il patrocinio del Coni e il supporto del Rotary Club Internazionale e dell’Ucid. Andiamo avanti in questa battaglia per la vita".

Giacomo Giampieri