PROCEDIMENTO DISCIPLINARE Francesco Pezzuto, l’infermiere anconetano sanzionato dall’amministrazione
PROCEDIMENTO DISCIPLINARE Francesco Pezzuto, l’infermiere anconetano sanzionato dall’amministrazione

Ancona, 28 marzo 2017 - Colpevole di essere stanco e di non poter rispondere all’ordine di servizio per l’ennesimo turno in blocco operatorio. È stato sanzionato con un ‘richiamo verbale’ Francesco Pezzuto, infermiere anconetano che nel gennaio scorso non si era presentato in servizio dopo aver comunicato la decisione alla caposala del reparto. L’esperto infermiere, 42 anni di servizio, vicinissimo alla pensione, era smontato alle 8 del mattino dopo un turno di dodici ore di reperibilità, successivo al turno di mattina del giorno prima, e sarebbe dovuto tornare in servizio poche ore dopo per il pomeriggio. L’infermiere ha comunicato che non si sarebbe presentato al lavoro per iniziare il pomeriggio. Da lì il procedimento disciplinare.

PEZZUTO, sorpreso dalla sentenza?

«Non del tutto. Ero certo che l’azienda non avrebbe mai archiviato la mia posizione, ammettendo di aver sbagliato ad attivare un procedimento disciplinare».

Un precedente pericoloso perché?

«Significherebbe rivedere l’intera organizzazione del lavoro difficile da affrontare».

Cosa pensa, nel merito, della sentenza?

«Una decisione neutra: con il richiamo verbale non c’è motivo di battagliare, si tratta di una punizione lieve, al massimo rischio una sanzione pecuniaria pari a quattro ore di lavoro».

Cosa comporta il richiamo verbale?

«La sanzione resterà nel mio curriculum per due anni. Se entro questo periodo dovessi ‘ricacciarmi’ nei guai la sanzione si aggraverebbe fino ad una probabile sospensione. Se invece in questo lasso di tempo non succede nulla, il provvedimento si cancella automaticamente. Sono molto vicino alla pensione, stando alle regole della Fornero, ci andrò massimo nel febbraio del 2018. Ho 42 anni di servizio alle spalle e sono considerato un ‘lavoratore precoce’».

Sentenza lieve, quasi la volontà di scegliere il male minore, di non legiferare, è d’accordo?

«Sì. Per me cambia poco. Ciò che, tuttavia, non cambia è la situazione generale nel blocco operatorio. Nella mia condizione ci sono tanti miei colleghi, oberati da turni pesanti e reperibilità. Le ore si accumulano e la stanchezza cresce di conseguenza. Intanto a me ricapita già domani».

Ci racconta la vicenda nel dettaglio?

«Sono smontato dal turno di mattina poco prima delle 14, alle 20 mi hanno richiamato reperibile e ho lavorato in sala operatoria per dodici ore; smontato di nuovo dovevo tornare in servizio alle 13,40 per il pomeriggio, ma non ce l’avrei mai fatta, ero a pezzi».

Lei aveva avvisato della sua intenzione di non presentarsi in turno?

«Certo, ho lasciato una nota scritta. La caposala mi ha svegliato alle 11 per dirmi di andare al lavoro, io le ho risposto che l’avrei fatto solo con l’ennesimo ordine di servizio che ti obbliga, ma, al tempo stesso, ti tutela».

Si spieghi meglio.

«Semplice: se, senza ordine di servizio, lavoro e durante un intervento il paziente muore, quando vanno a vedere i turni io risulto fuorilegge e non avrei neppure la copertura assicurativa dell’Inail. Ma soprattutto…».

Dica

«Mi metto nei panni dei pazienti che, giustamente, chiedono personale in servizio fresco e riposato. Spesso sono stato costretto a lavorare 24 ore su 36, non è accettabile, per me e per i pazienti».

Lei ha una lunga esperienza di lavoro, le era mai capitata una cosa simile?

«Mai. Sto in azienda da tantissimi anni e da quando sono rientrato, nel 2005, e svolgo il lavoro nel blocco operatorio, non ho mai mandato malattia. È bastato un rifiuto per manifesta impossibilità ed ecco la punizione».

Cosa le resta di questa vicenda?

«Tanta amarezza».