Lancisi, è la prima volta in Italia. In piedi all’operazione salva cuore

L’intervento record del dipartimento cardiovascolare del dottor Marco Marini su un paziente 60enne. Dopo l’infarto i medici l’hanno fatto pedalare e camminare per poi entrare dentro la sala operatoria.

Lancisi, è la prima volta in Italia. In piedi all’operazione salva cuore

Lancisi, è la prima volta in Italia. In piedi all’operazione salva cuore

Arrivare in piedi a un intervento cardiochirurgico salva vita: è la prima volta in Italia. Se ti coglie un infarto che coinvolge il 40% del cuore, 8 pazienti su 10 non arrivano a 30 giorni dopo l’evento. Un tasso di mortalità dell’80%. E quando si riesce ad entrare in sala operatoria, spesso, ci si arriva su un letto d’ospedale, stesi, con tutte le conseguenze (e le disabilità) del caso. Ma il Lancisi di Ancona ha fatto centro un’altra volta. Il dipartimento cardiovascolare del dottor Marco Marini – responsabile dell’unità di terapia intensiva cardiologica dell’azienda ospedaliero universitaria delle Marche – è riuscito mettere in piedi e a far camminare un paziente pesarese di 60 anni che era fortemente compromesso. Un miracolo? No, solo professionalità e "tanto lavoro di squadra". È la prima volta in Italia che accade una cosa simile, benché a livello mondiale se ne parlasse da tempo. Quando il cuore non riesce più a pompare sufficientemente si verifica uno ´shock cardiogeno´. Dopo l’infarto, vanno in sofferenza tutti gli organi: dal fegato ai reni, una disfunzione globale del corpo. In casi selezionati, si può assistere la funzione cardiaca con degli strumenti. Uno di questi è l’Impella, che si usa da tempo a Torrette. La novità è che nel 60enne, di Impella, ne sono state usate perfino due. E i medici l’hanno fatto pedalare e camminare prima dell’intervento. L’Impella, attraverso l’arteria o femorale o ascellare, arriva al cuore, pompando sangue nell’aorta per "il mantenimento della perfusione idonea al funzionamento corretto degli organi". Un paziente che ha subìto un grande infarto. In realtà, era già stato sottoposto a bypass, ma il suo cuore non aveva recuperato a sufficienza. Uscito da Torrette, era andato in riabilitazione. Dopo circa un mese a letto (con perdita di tono muscolare), il cuore ha ricominciato a fare fatica. Quindi, il nuovo accesso al nosocomio. "Abbiamo impiantato un’Impella 5.5, più grande e inserita nell’arteria succlavia di destra. È un rimedio temporaneo in attesa di un intervento definitivo di assistenza meccanica al circolo Lvad (assistenza meccanica del ventricolo sinistro)". Nel frattempo, il signore, che non camminava più, ha iniziato a pedalare con un cicloergometro da letto. "Solitamente, questi pazienti arrivano all’intervento in condizioni scadute, tra infarto e allettamento. E vanno incontro a rischi peri (e post) operatori elevati, infettivi o di altro genere. Il fatto di riabilitare il paziente garantisce un post operatorio migliore" e una risposta efficiente dell’organismo. Quindi, l’impianto dell’Hm III: "È stato estubato e l’indomani era già in piedi. Generalmente, ci si impiega fino a 3 mesi per camminare di nuovo. Farlo pedalare prima dell’operazione è stato decisivo". Il 60enne ha poi avuto una normale polmonite, da cui è uscito indenne: "Avrebbe potuto essere mortale perfino quella se non l’avessimo riabilitato precocemente". Un ottimo esempio di gestione multidisciplinare: "Dal cardiochirurgo all’anestesista passando per il cardiologo, l’infermiere e il fisioterapista, senza dimenticare la forza d’animo del paziente. Insieme si fa meglio che da soli", conclude Marini.

Nicolò Moricci