L’attore per un giorno: "Sguardi, pose e atteggiamenti. Ecco come l’ho interpretato"

Fabrizio Redaelli nel docufilm ha vestito i panni di Umbertì: "L’ho conosciuto e ho accettato. Tom Tattoo mi ha detto che in me rivedeva un po’ di lui. Ma che caldo con quel suo cappotto".

L’attore per un giorno: "Sguardi, pose e atteggiamenti. Ecco come l’ho interpretato"

L’attore per un giorno: "Sguardi, pose e atteggiamenti. Ecco come l’ho interpretato"

Sguardo sincero e animo vero, la dignità lui la conosceva eccome. Quando girava in corso Mazzini, sembrava uscito da un film: coppola in testa, giaccone pesante anche in estate, pantaloni trasandati e quel suo modo di fare unico: ´C’hai na sigareta?´. Con una ´t´ sola. E che ricordi tra le bancarelle di piazza Roma o al mercato di corso Mazzini, quando domandava ´due stracci´ per potersi cambiare. Soldi? Raramente ne chiedeva, anche perché – diciamolo – veniva da una famiglia dell’Ancona bene. Però, quando era a corto di spicci ti fermava e faceva: ´Me dai cento lire?´. E come potevi negarle quelle cento lire a uno come Umberto? Dormiva al freddo sugli scalini di marmo della Galleria dorica. Era storia ancora prima di diventarlo. I calzini pesanti e quelle scarpe mezze rotte erano parte di una vita senza schemi, alla ricerca di ´un miglio di libertà´ cantato in ´Vagabondo´ da Nicola Di Bari. Era la cognata a occuparsi di lui, lo faceva di buona volontà. E pare non fosse vero che decise di cambiare le carte in tavola dopo una delusione d’amore. Gente vicina a Umberto sostiene che avesse deciso consapevolmente di vivere così, libero da tutto e tutti. E solo quando i familiari non riuscirono più a seguirlo decisero di metterlo in una struttura, a Senigallia. È lì che morì nell’estate del 2000, per un tumore alla gola, dovuto forse alle troppe sigarette. L’unico vizio che aveva, non era affatto un alcolizzato, beveva solo qualche goccio ogni tanto.

A dargli un volto, oggi, è Fabrizio Redaelli, che al film ha contribuito con un drone per le riprese. "È stato tutto semplice e spontaneo – sottolinea Fabrizio – Tom mi ha chiamato all’ultimo momento chiedendomi se mi fosse andato di interpretare questo personaggio, Mi ha detto che in me vedeva un po’ di Umberto. Ho risposto ´sì´, perché Umbertì l’ho conosciuto. Non ho dovuto recitare battute difficili, era soprattutto un gioco di sguardi, tra pose e atteggiamenti". Di malinconia, Umbertì, ne aveva tanta. Era un sognatore, "un curioso, un introverso. Voleva restare nel suo mondo senza essere disturbato. Le riprese? Le abbiamo fatte in estate, al porto e in centro. È stato faticoso girare con 30 gradi e il cappotto pesante: lo toglievo appena potevo. Di trucco e parrucco non ho fatto nulla, la barba e i capelli sono i miei".

Rimarrà nella storia la classica posa di Umberto: un braccio che sorregge la testa. Sia quando al tavolo, da Rosina, aspettava un bicchiere di vino, sia quando lo incontravi per strada, sdraiato a terra a fumare. Non ha mai delirato, Umberto. E ora sembra di vederlo tornare. Eccola, la sua sagoma che spunta tra i vicoli dell’Ancona vecchia, sulle note della canzone del ’71 che pare cucita esattamente su di lui. Era Umbertì: viveva di niente, ma per lui era giusto così.

Nicolò Moricci