Ancona, 27 settembre 2018 - «Non potevamo fare domande su Gabriella, poi non si doveva dire che era morta. Dopo qualche anno in una riunione Mario Pianesi ci insultò dicendo che lei era morta per causa nostra.

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E comunque, alle persone esterne all’associazione dovevamo continuare a dire che lei stesse benissimo». Il maceratese Mauro Garbuglia è stato tra i primi ad avvicinarsi al gruppo del «Punto macrobiotico», era vicinissimo a Mario Pianesi e ricorda di aver vissuto «con dolore gli eventi collegati alla morte di Gabriella Monti», per la quale ora il guru della macrobiotica è indagato con l’accusa di omicidio. Anche Gabriella, morta nel settembre del 2001, dopo un ictus che l’aveva colpita quattro anni prima, sarebbe stata costretta a seguire la dieta di Pianesi, e le sarebbe stato impedito di sottoporsi a un intervento chirurgico.

Conosceva la prima moglie di Pianesi?

«Sì. Era una donna minuta e dolce, molto vicina alla mia famiglia avendo fatto da madrina alla nascita del mio primo figlio. Nella mia denuncia, fatta nel 2013, non ho potuto evitare di raccontare i fatti che la riguardavano, e soprattutto di porre domande: come è morta? Cosa le è successo?».

Cosa la aveva insospettita?

«Uno strano incidente di Gabriella, che venne spiegato dalle persone più vicine a Pianesi con modalità diverse. C’erano giustificazioni disparate, contraddittorie e alla fine di tutto Giovanni Bargnesi, segretario nazionale di ‘Un punto macrobiotico’, ordinò a tutti gli adepti di non porre domande sulla questione, di non chiedere di vederla, ma solo di “mandarle buona energia”. Gabriella era rimasta invalida, faceva fatica a parlare, a essere autonoma. Era circondata da pochissime persone, selezionate da Pianesi, che l’aiutavano e nel contempo garantivano il suo isolamento più totale. Passati diversi anni, durante una riunione nazionale di tutti i centri Upm, Pianesi scioccò gli oltre 100 presenti definendo tutti noi “Assassini, figli di p..”, perché responsabili della morte di Gabriella. Lo sgomento, l’incredulità, il dolore di quella sala strapiena sono ancora davanti ai miei occhi. Quell’attacco a noi adepti, dopo un evento così tragico, per anni ha tormentato i miei sonni. A Gabriella eravamo molto affezionati, non riuscivo a spiegarmi la cosa».

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Ne parlaste con Pianesi?

«Pianesi ordinò a tutti di non parlare con alcuno della morte di Gabriella, perché era un “fatto privato”. Talmente privato che non fummo informati del suo funerale, né del luogo della sepoltura. Questo aumentò l’inquietudine di tutti noi. Per Gabriella ci fu una specie di damnatio memoriae, con complici tutti noi adepti. Anche dopo 10 anni dalla sua morte, dentro Upm, agli esterni che chiedevano di lei, si diceva che Monti “stava bene”. Questa è una vergogna che condivido con tutti gli adepti di allora. I retroscena che l’indagine in questi giorni sta rivelando erano noti solo alle persone della cerchia ristretta di Pianesi, nessun altro ne era al corrente. Ora conoscere la verità sulla morte di questa donna è motivo di sollievo. La giustizia deve fare il suo corso e chi ha sbagliato deve pagare. Gabriella non deve essere dimenticata».

La polizia sta raccogliendo molti elementi su cosa sarebbe accaduto in quegli anni. Gabriella era definita del tutto capace di pensare a se stessa, ma sarebbe stato Pianesi – per l’accusa – a decidere di non sottoporla alle cure indicate dai medici, a firmare i documenti in ospedale. La maggior parte di chi era vicino alla donna poco prima della sua morte è ancora nel cerchio magico di Pianesi.