Il professor Gabriele Fangi ad Aleppo
Il professor Gabriele Fangi ad Aleppo

Ancona, 15 ottobre 2018 - Il conflitto siriano, scoppiato nel marzo 2011, ha provocato oltre 300mila vittime. A pochi mesi dall’ottavo anno di combattimenti di quella che da escalation civile si è trasformata in una vera e propria guerra mondiale racchiusa nei confini di uno stato, la fine delle ostilità non è mai stata così vicina. Altissimo il prezzo pagato. Oltre alle vittime, in maggioranza civili, ci sono gli oltre 4 milioni di sfollati, solo in minor parte rientrati. Pacificate le grandi città, dalle periferie di Damasco a Homs, Hama, Palmira e Aleppo. Aleppo, patrimonio Mondiale dell’Umanità, vede devastato anche il centro storico, tra cui la Grande Moschea e il suo millenario minareto, distrutto il 24 aprile 2013. La ricostruzione è partita e a collaborare con le autorità siriane sul posto in questi giorni c’è stato anche il professor Gabriele Fangi, ex docente, oggi in pensione, di Topografia e Cartografia dell’Università di Ancona. Decisive le sue foto scattate durante una vacanza nel 2010 e la speciale tecnica da lui inventata. 

Professor Fangi, si trova in Siria in questo momento?

«Sì, ho trascorso l’ultima settimana ad Aleppo e poi alcuni giorni a Damasco. Ora sono pronto a rientrare in Italia».

Cosa ha fatto in questi giorni ad Aleppo?

«Collaborato alla ricostruzione dello splendido minareto, di cui oggi non resta che un enorme cumulo di macerie, attraverso la tecnica che ho sperimentato, la fotogrammetria sferica».

Di cosa si tratta?

«La ricostruzione di un mosaico di scena, con le tessere messe a confronto singolarmente e ordinate in modo da ricreare un puzzle preciso. Immagini di livello superiore, un passo in avanti rispetto alla tridimensionalità. Con questo sistema di massima precisione, e molto più rapido, è possibile, confrontando le foto originali del minareto, riconoscere pietra per pietra e consentire agli architetti di ricostruire l’opera in maniera più fedele».

Di quante pietre stiamo parlando?

«Tantissime, almeno 2.400 blocchi di pietra calcarea tra parte emersa del minareto e fondamenta. Per ora siamo alla fase della catalogazione e dell’ordinamento preliminare dei pezzi, circa il 40 per cento del totale è stato riconosciuto. Poi toccherà alla parte ingegneristica, di cui si occuperanno le autorità siriane».

Anche le foto prese a modello sono sue, non è vero professore?

«Sì, scattate in altissima risoluzione durante una vacanza fatta nell’agosto del 2010, pochi mesi prima dell’inizio del conflitto, con il Crua, il circolo universitario dell’Università di Ancona. Quasi immaginassi, all’epoca, che qualcosa di terribile stesse per accadere. Oggi quelle foto consentiranno di ricostruire, il più fedelmente possibile, lo splendido minareto della Moschea degli Omayyadi».

Come è avvenuto il contatto con le autorità siriane?

«Dopo la distruzione del minareto ho scritto due articoli sul rilievo dell’opera, poi all’inizio del 2017 sono stato contattato da un architetto di una fondazione internazionale, quindi l’incontro con le autorità siriane, in particolare il ‘Syrian Trust for Development’, infine l’organizzazione del progetto. Il tutto si è materializzato a inizio ottobre, quando sono arrivato qui».

Quali le sensazioni principali che ha provato vedendo la situazione del Paese?

«L’impotenza e il senso di devastazione. Otto anni dopo la mia ultima visita, della splendida Aleppo non resta quasi nulla. La ricostruzione e la ripresa della vita sono percorsi lunghi e difficili e la sensazione si percepisce».

Si spieghi meglio.

«In questi giorni ho avuto colloqui col governatore di Aleppo, col rettore e il preside della facoltà di architettura. A causa delle sanzioni economiche non è possibile importare macchinari e tecnologie, quando ne avrebbero un grande bisogno. Un profondo senso di impotenza, eppure l’università locale, in questi anni, non ha mai sospeso l’attività».

E poi c’è la popolazione civile.

«Le sanzioni hanno colpito soprattutto i cittadini, la povera gente. Girare per la città ed essere visti come una manna dal cielo dai commercianti, dagli artigiani, pensando che il turismo stia, seppur lentamente ripartendo. Pensi, nel mio hotel di Aleppo ero l’unico ospite Di tempo ne servirà ancora molto prima che i flussi di visitatori riprendano. La Siria non è ancora un Paese sicuro».