Ancona, 8 marzo 2018 - Erano frutto di macchinazioni, secondo l’ordinanza di custodia in carcere, i ricoveri di Giuseppe Santoleri. «Ricoveri premeditati», li definisce il gip, per sottrarsi al confronto con gli investigatori, «con la complicità del figlio Simone». A supporto di questa tesi ci sarebbero anche le intercettazioni ambientali raccolte dagli investigatori all’interno della casa di via Galilei, a Giulianova, dove vivono padre e figlio e dove, secondo la ricostruzione, Renata sarebbe stata uccisa il 9 ottobre.

Giuseppe e Simone Santoleri sono stati portati in cella martedì all’alba per l’omicidio della pittrice di 64 anni partita da Ancona il 9 ottobre per fare loro visita a Giulianova e ritrovata cadavere il 10 novembre sul greto del fiume Chienti, alle porte di Tolentino (FOTO)

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Sono due i ricoveri sospetti: quello del 17 ottobre (il 16 un amico di Renata aveva denunciato la scomparsa ai carabinieri di Cingoli, che lo stesso giorno avevano contattato i Santoleri, per raccogliere informazioni), che si è protratto fino al 27, e soprattutto quello del 12 novembre, alla vigilia dell’interrogatorio fissato per il 14 davanti al sostituto procuratore di Ancona, Andrea Laurino.

Simone aveva riferito che il 12 novembre il padre Giuseppe aveva assunto una quantità indefinita di farmaci mentre lui era al telefono, ma in realtà la telefonata in questione è avvenuta tra le 14.27 e le 14.33, mentre soltanto alle 14.38 il figlio esclama, probabilmente a beneficio delle cimici che sa di avere in casa, «che c... hai combinato pure tu!», lasciando intendere di avere scoperto che il padre aveva abusato di farmaci. Tra la telefonata terminata alle 14.33 e l’esclamazione delle 14.38 Simone è intercettato mentre sussurra al padre: «Sto aspettando che ti scenda la pressione».

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Tra l’altro, Simone ha riferito di avere trovato il padre svenuto, invece le microspie piazzate a bordo dell’auto riprendono Santoleri figlio che parla tranquillamente col padre. Ad avvalorare l’ipotesi che i due indagati sapessero delle cimici in casa è il fatto che, in alcune occasioni, i due accendono o alzano il volume della televisione prima di bisbigliare poi tra di loro.

Nonostante questo, le intercettazioni riprendono alcuni stralci di conversazione, come quando, proprio quel 12 novembre, Giuseppe esclama: «Mo’ vado in galera io». Anche dopo le dimissioni, Simone cerca di fare certificare le gravi condizioni di salute del padre, con lo scopo, secondo il gip, «di preservarlo da un eventuale arresto».

Emblematico, secondo il giudice, anche il modo di comunicare tra padre e figlio durante il ricovero del primo nella casa di cura Villa San Giuseppe di Ascoli: i due si scambiano ‘pizzini’, foglietti di carta che Simone distrugge ogni volta, senza sapere che nella struttura è stata piazzata una telecamera nascosta, che filma i gesti.

al. pa.

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