DOVEVA ESSERE OPERATO Ma prima serviva una trasfusione di sangue
DOVEVA ESSERE OPERATO Ma prima serviva una trasfusione di sangue

Ancona, 19 maggio 2018 - Muore un testimone di Geova. Due medici di Villa Igea, Roberto La Rocca e il chirurgo Antonio Capomagi condannati a due anni. Assolti altri quattro professionisti lombardi. L’uomo, un 66enne, aveva rifiutato una prima operazione per non ricevere la trasfusione adducendo motivi religiosi. Il sessantaseienne è poi morto a Varese. Per lui la religione valeva più di ogni altra cosa, tanto da rifiutare la trasfusione di sangue ad Ancona. Un intervento da eseguire con la massima urgenza.

Ma per i giudici di Varese quel rifiuto non ha significato nulla: «Nessuna incidenza, in rapporto causale all’evento morte, può farsi risalire al rifiuto opposto dal paziente», si legge nel capo di imputazione. I difensori dei medici hanno sostenuto esattamente il contrario: il fatto di aver rifiutato l’intervento, pur sapendo che sarebbe stato necessario e fondamentale, e di aver chiesto il trasferimento da Ancona all’ospedale di Circolo di Varese con perdita di tempo, avrebbe determinato un tale aggravarsi della patologia sino a portare alla morte dell’uomo.

La vicenda ha inizio il 17 gennaio 2013 ad Ancona in una clinica privata dove il sessantaseienne è stato sottoposto a un intervento di colecistite sclerotroatrofica. Intervento che non necessitava di trasfusione. Durante l’intervento qualcosa però non avrebbe funzionato: sarebbe stata, infatti, causata una piccola lesione considerata dai medici «curabile» con un altro intervento. Dalla clinica anconetana il paziente viene quindi trasferito agli Ospedali Riuniti di Ancona, centro di cura universitario, centro di eccellenza, dotato di strumentazioni adatte a quel tipo di intervento. Intervento che necessita di trasfusioni.

E qui il paziente rifiuta per motivi religiosi l’operazione. I medici spiegano che l’operazione è urgente, e che il sessantaseienne deve andare subito sotto i ferri. Non deve essere trasferito in altra sede, non deve allontanarsi da Ancona e in caso di trasporto in un altro ospedale, perlomeno sia più vicino possibile ad Ancona per poter correre ai ripari in caso di complicanze.

Il paziente rigetta l’intervento e decide di farsi trasferire a Varese dove, secondo voci, i medici sarebbero più tolleranti verso il credo religioso dell’uomo. Voci che non trovano alcun fondamento nelle pratiche ospedaliere del Circolo: tanto che in emergenza il 66enne viene trasfuso. Qui viene sottoposto a altri interventi: «Ma è passato tantissimo tempo – hanno spiegato i legali dei medici – quel tempo che ad Ancona era stato chiaramente detto non esserci». Il 3 aprile 2013, circa due mesi dopo il primo intervento, il paziente muore a Varese. Ieri il giudice Anna Azzena ha condannato a due anni i medici della clinica privata marchigiana, assolvendo i loro colleghi varesini.