Ancona, 4 luglio 2018 - «I sindaci revisori erano consapevoli delle criticità di Banca Marche, perché come i componenti del consiglio di amministrazione avevano ricevuto la missiva con i rilievi della Banca d’Italia. Abbiamo le carte che lo dimostrano. Nonostante questo all’inizio del 2009, due mesi dopo la lettera di Bankitalia e senza che venissero adottati correttivi, è stato perfezionato l’aumento di capitale di 180 milioni: i sindaci hanno prospettato una situazione regolare». A parlare è l’avvocato Corrado Canafoglia, che attraverso l’Unione nazionale consumatori rappresenta oltre 2mila risparmiatori dell’ex Banca delle Marche, sprofondata in un buco di circa un miliardo di euro.

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Ieri, a margine del processo davanti al gup Carlo Cimini per il crac dell’istituto di credito, Canafoglia ha ripercorso quello che è stato il suo intervento in aula, dove è stata lasciata la parola alle parti civili, in tutto 2.830 tra risparmiatori, azionisti, enti. Il focus era sulle posizioni dei tre ex sindaci revisori, Franco D’Angelo, Marco Pierluca e Piero Valentini, che hanno chiesto di essere giudicati con rito abbreviato. Secondo la Procura vanno condannati a sette anni e sei mesi ciascuno e soprattutto alla confisca di una cifra pari al danno arrecato agli azionisti con l’aumento di capitale del 2012. Quell’aumento, realizzato attraverso l’emissione di 212 milioni di nuove azioni a 0,85 euro ciascuna, era basato su false informazioni. Per questo la Procura contesta loro, oltre alla bancarotta fraudolenta in concorso, il falso in prospetto e l’ostacolo alla vigilanza. «Abbiamo evidenziato la condotta dei sindaci – spiega l’avvocato Canafoglia – estrapolando tre pagine nella relazione ai bilanci 2010 e 2011, da cui emergono le loro responsabilità come sostenuto dalla Procura». I sostituti procuratori Serena Bizzarri, Andrea Laurino e Marco Pucilli contestano ai 16 imputati, tra cui l’ex direttore generale Massimo Bianconi e gli ex presidenti Lauro Costa e Giuseppe Michele Ambrosini, di aver concesso credito senza vagliare la situazione di criticità dei clienti, spesso sulla base di garanzie non effettive, concedendo ipoteche basate su perizie non aggiornate. In alcuni casi le garanzie consistevano nel pegno di titoli emessi dalla stessa Bdm e acquisiti con parte del finanziamento concesso dalla stessa banca. In altri casi il credito veniva concesso per permettere ai clienti di estinguere debiti pregressi.

Tra la ventina di avvocati che rappresentano le parti civili, anche l’avvocato Gianfranco Borgani ha depositato una memoria in cui sottolinea le responsabilità dei sindaci, «che avrebbero dovuto vigilare sulla attendibilità e veridicità dei dati di bilancio che precedette l’aumento di capitale». Quell’aumento, secondo l’avvocato Borgani, «si rivelò una vera e propria emorragia letale per le casse delle Fondazioni bancarie, per i portafogli di tanti ignari clienti e, in definitiva, per lo stesso destino di Banca Marche». L’udienza è stata aggiornata al 18 luglio, quando prenderà la parola l’avvocato Salvatore Santagata, legale dei tre sindaci. Il gup dovrà decidere se condannare i tre imputati con rito abbreviato e se rinviare a giudizio gli altri 13.