Ancona, 7 giugno 2018 - E' la volta di Francesco Rubini, mentre domani potrete leggere le idee, le considerazioni, le esperienze dell’ultimo candidato a sindaco intervistato dal Carlino in ordine alfabetico, Stefano Tombolini. Mancano poche ore al voto di domenica. Le chiusure delle campagne elettorali sono pressoché organizzate, come pure gli ultimi giri tra associazioni, gruppi di persone, e categorie varie per dare dimostrazione del lavoro fatto, di quello da fare e delle intenzioni per i prossimi cinque anni di governo. Tutti i candidati sono concentrati sull’Ancona del domani, sulla rottura con i vecchi schemi e modi di amministrare, credono nella comunicazione dei social, dandogli il giusto peso, ma credono fortemente nel potere delle cose fatte, nella credibilità del personaggio, nell’affidabilità che dimostra. Idee chiare, sguardo al futuro ma occhio attento alle piccole questioni di tutti i giorni: il tombino rotto, l’illuminazione che non funziona, la necessità di nuovi parcheggi, una città più curata, più accogliente, più turistica. Il che si traduce in una economia che gira, in nuovi guadagni e in un sistema che si rimette in moto. Da questo e da molto altro dovrà cominciare il nuovo sindaco. In tutti la speranza che l’11 giugno ci sia un candidato che si è affermato tanto da avere il 50 per cento più uno dei voti. A detta di tutti il ballottaggio Ancona non se lo può permettere. 
 

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Perché gli anconetani dovrebbero votarla? 
«Rispondo al plurale perché noi di ‘Altra idea di città’ siamo un collettivo. Noi possiamo rappresentare una chiusura netta e definitiva con il passato rappresentato dal blocco di potere del centrosinistra che è in continuità con i governi precedenti e il blocco di potere del centrodestra». 
 

La sua città se dovesse diventare sindaco in tre aggettivi? 
«Viva, sostenibile e partecipata. Viva perché vogliamo partire dal ripopolare Ancona, dal coinvolgimento degli universitari, da un centro città che è un polo aggregativo; sostenibile, senza tutto questo traffico privato, una città che mette a sistema le sue capacità, anche paesaggistiche. Una città che è prima di tutto una comunità, fuori dal racconto politico e anche mediatico che vorrebbe vederci tutti in competizione». 
 

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Lei è il candidato più giovane, 27 anni, si sente rottamatore? 
«Non mi è mai appartenuto il termine rottamazione, se sono qui oggi è perché c’è gente che ha fatto politica, che è riuscita in questo ruolo e che mi ha fortemente aiutato. Certo è che si può dare responsabilità e potere a una nuova generazione che oggi non è ascoltata». 
 

I giovani, che sono poi quelli che non vanno a votare… 
«Me lo hanno fatto notare che abbiamo puntato molto sui giovani senza che poi si possa avere una rispondenza il giorno del voto, ma noi con questo progetto abbiamo voluto mandare un messaggio, abbiamo iniziato un percorso e a seminare un terreno i cui frutti forse li raccoglieremo tra molti anni». 

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E la politica ai tempi dei social può aiutare per agganciare un elettorato più pessimista? 
«Spesso sono stato attaccato per il mio quotidiano utilizzo dei social non nascondendo nulla della mia personalità. La politica quando si sceglie di farla è a 360 gradi. Penso di fare politica per strada, nelle riunioni di partito, l’ho fatta la sera andando in discoteca. I social sono uno strumento importante e vanno utilizzati in modo corretto, le fake news sono un problema reale per esempio». 

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Siete una lista civica però venite da un mondo che è a sinistra. Ecco, sinistra, una parola che avete usato poco. E’ una strategia? Meglio il civismo di questi tempi?

«Non abbiamo mai nascosto di provenire dalla sinistra, non abbiamo barattato i nostri valori, siamo coerenti, siamo di quella sinistra che non ha chinato la testa. Abbiamo deciso di immergerci in una esperienza civica convinti che la vecchia guardia della sinistra ha commesso troppi errori. Una sommatoria di mini partiti dallo ‘zero virgola’ è storia morta e sepolta, non ci interessa. Noi siamo davvero una lista civica, abbiamo un movimento, una assemblea, una lista civica che è anche un soggetto politico. Altri hanno messo in piedi liste civetta. Ci sono personaggi del centrosinistra con Tombolini, altri che venivano dal centrodestra oggi fanno parte della lista civica della Mancinelli».

Sinistra si dice e non si dice, ma il tatuaggio di Che Guevara non lo nasconde… 
«E’ un mio riferimento politico, un personaggio da moto di riscossa. Ho una passione per i tatuaggi, la ritengo una forma di arte, ma sono in punti strategici. Mi dicono che per la professione che ambisco a fare (l’avvocato) è sconsigliata una sovraesposizione dei tatuaggi. Ho anche una frase di Martin Luther King». 

Siete i ribelli di questa campagna elettorale? 
«Può essere letta anche come una ribellione del buon senso per una città sostenibile, viva, condivisa. A fine anni Novanta dicevano che un altro mondo è possibile, oggi un’altra idea di città è possibile». 

Chi teme di più tra gli altri candidati? 
«Non temo nessuno, questa campagna ha dimostrato quanto è possibile conquistare terreni di protagonismo politico. La Mancinelli è forte di un governo costruito mediaticamente in cui alcune scelte strategiche sbagliate e non scelte che non sono state prese. Il Movimento 5 stelle continuo a vederlo sottotono: le divisioni interne sono tantissime, la mancata candidatura della Gambacorta, il mancato impegno di Prosperi. Voglio poi bene a Stefano Tombolini, c’è un rapporto di amicizia che ci lega, ma il suo mettersi in quel tipo di accozzaglia politica lì lo ha dato in pasto ai cani». 

Se non andrete al ballottaggio darete indicazioni di voto? 
«Io sicuramente mi esprimerò. Il giorno dopo convocheremo l’assemblea, ma al momento attuale posso tranquillamente dire che non ci sono spazi di collaborazione con la destra, che ribadiamo la totale alternatività alla Mancinelli e che prendiamo atto della indisponibilità dei 5 stelle a dialogare con chiunque». 

La canzone della sua campagna elettorale? 
«In realtà è una canzone d’amore dei Thegiornalisti, si intitola ‘Questa nostra stupida canzone d’amore’, mi ha dato forza, ogni tanto la mettevo e mi caricava». 

A quale politico si ispira? 
«Attualmente a Pablo Iglesias, leader di ‘Podemos’, ma sono cresciuto con la narrazione politica di Vendola. Sento che manca lo spessore di pezzi di storia come Berlinguer, la politica di oggi è ridotta alla quotidianità, non sentiamo diffondere pensieri lunghi». 

Pregi e difetti di Rubini? 
«Sensibilità, disponibilità, pragmatismo e anche la genuinità. Il difetto è che sono un maniaco della programmazione». 

Domenica vince le elezioni, qual è la prima cosa che farà da sindaco? 
«Convocare una grande conferenza di progetto con associazioni, giovani, comitati e operatori per iniziare a ragionare con loro di una altra idea di città. Pragmaticamente mi impegnerò da subito sul tema della Tari legato però all’individuazione di un sistema diverso di raccolta dei rifiuti, del suo riciclo e riuso». 

C’è qualcosa che le è piaciuto della sindaca Mancinelli? 
«Non ho avuto mai problemi a condividere l’apprezzamento per la sua preparazione, ma non mi piace il modo autoritario di porsi. Condivido la riapertura del porto storico e l’apertura verso Nord, anche se molte decisioni sono state prese dall’Autorità portuale, ma non capisco perché poi faccia sbagli clamorosi come la chiusura della stazione marittima». 

Da chi sarà composta la sua giunta? Qualche nome? 
«Nomi non ne faccio ma posso dire che riproporremo la delega al personale e alla polizia municipale, come pure una specifica su turismo e politiche giovanili e Ancona città universitaria. Ci sarà poi un assessore ai Beni Comuni che appartengono alla collettività, ai parchi, ai servizi pubblici». 

Una domanda a un altro candidato? 
«Alla Mancinelli chiederei come pensa di poter governare avendo eliminato ogni rapporto con il Pd, con il gruppo consiliare, con il corpo intermedio e la cittadinanza».

Un ultimo appello? 
«Quello che mi ha fatto il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. Consiglio di vederlo. Da parte mia: anconetani smettete di accontentarvi del meno peggio».