Ascoli, Ninkovic (Foto LaBolognese)
Ascoli, Ninkovic (Foto LaBolognese)

Ascoli Piceno, 27 giugno 2020 - Zero a dodici. E’ il conto dei fuorigioco di Venezia-Ascoli. E’ vero, la serata del Penzo lascia amarissimo in bocca anche senza osservare la classifica. Una classifica drammatica a cui, purtroppo, siamo un po’ tutti già vaccinati e purtroppo ci verrebbe da aggiungere anche “rassegnati”. 

Fabbrica. Eppure Dionigi sale sul vaporetto con la testa alta e la convinzione che ci sono poche, importanti, determinanti certezze per fare in modo che la scimmia scenda di dosso ad una squadra che in laguna ha scoperto (forse per la prima volta in questa stagione) che la sua versione migliore è quella umile, compatta e con la consapevolezza dei propri difetti di fabbrica. Uno di questi è la concentrazione. E la mancanza della stessa che stavolta i bianconeri pagano oltremisura con il massimo della pena: mezza dormita all’inizio. Gol. Caviglia non troppo bloccata. Bestemmia calcistica di Ninkovic. Braccio inutile a limite dell’area di Brosco. Delizia di Firenze, peraltro l’unica. E intera posta a Dionisi.

Centravanti. Parliamoci chiaramente: Venezia poteva consegnare al popolo piceno inerme una squadra praticamente retrocessa. Le restituisce una squadra quasi retrocessa (perché il calcio è fatto di risultati e quelli non mentono) che però ha dimostrato di avere ancora un cuore che batte. Quanto ci sia di merito del nuovo allenatore non lo sappiamo, ma siamo dalla parte di chi ha il diritto e il dovere di vedere il bicchiere mezzo pieno almeno fino a che la matematica non decreterà la fine funesta. L’Ascoli che ha perso contro gli arancioneroverdi è una squadra che finalmente (finalmente!) dopo tanto tempo aveva almeno otto o nove giocatori nei loro ruoli congeniali. Andreoni e Sernicola sono quinti di centrocampo. E lì hanno giocato. Gravillon con la difesa a quattro fa acqua perché si concede licenze tattiche. E con la difesa a tre ha quasi sempre blindato i compagni. Cavion e Brlek non sono registi ma sanno distribuire la palla con giocate orizzontali fluide e qualche inserimento. Morosini deve trovare (ecco un’unica nota stonata stavolta, oltre al risultato) spazi e tempi per spaccare in due le difese avversarie. Scamacca è un centravanti. Un centravanti! E allora crossategli la palla, fatelo stare in area. Fategli dare fastidio all’ultimo uomo avversario. E, come avvenuto in laguna, ci sarà da divertirsi. Signori, questo oltre ad essere forte nel fisico, capace nella tecnica, ha gli occhi della tigre e si è capito per come ha esultato dopo il pari. Aggrappatevi, aggrappiamoci, a lui. Non ce ne pentiremo. 

'Pertecara'. E poi c’è lui, Nikola. In quell’errore c’è tutta la sua stagione. Essere ad un passo dalla gloria e rifiutarla, quasi con disprezzo. Sciupando mentre il resto della sua partita è una sinfonia di giocate a ritmi balcanici e a frequenze inascoltabili per chi ha già scritto le sentenze. Di Ninkovic, di questo Ninkovic, una squadra che deve salvarsi ha bisogno come l’aria. Non sarà uno sfortunato piattone (decisivo, va detto) a cambiare una delle due nostre più grandi convinzioni. Che per vincere servano giocatori forti e il serbo lo è. L’altra? Che più che stakeholders serva arare i campi, quelli che restano da calpestare. Qui c’è bisogno di un richiamo uguale a quello dei nostri nonni di campagna: “Eh, la pertecara!”. Quello serve all’Ascoli. Rimettersi i vestiti di campagna che le si addicono. E Dionigi sembra averlo capito, altro che stakeholders...