Un ciclista si disseta in piazza Arringo
Un ciclista si disseta in piazza Arringo

Ascoli, 8 luglio 2020 - "L’acqua non c’è". Una frase ripetuta come un mantra alla Ciip, che si trova ad affrontare una crisi idrica senza precedenti nel territorio piceno e fermano. C’è sempre meno acqua e quella dei Sibillini è ormai un lontano ricordo: Capodacqua e Foce di Montemonaco continuano a scendere (sono arrivate a un -70% rispetto al periodo pre sisma) e solo grazie agli impianti di soccorso si è riusciti finora a ’tenere botta’. Ma il rischio, concreto, è quello del razionamento: alle condizioni attuali, già nel giro di una settimana potrebbe essere necessario chiudere i serbatoi nelle ore notturne, seppur solo in alcune zone. Ascoli, Fermo e Porto d’Ascoli sarebbero salve perché servite dagli impianti di soccorso, ma la Vallata e altre zone lungo la costa, come parte di San Benedetto e Grottammare, rischiano di trovarsi a secco.

"Finora abbiamo fatto fronte ai cali drastici delle sorgenti con l’acqua che otteniamo dall’impianto di Castel Trosino – hanno spiegato l’ingegner Carlo Ianni e il neo direttore Giovanni Celani – che ci fornisce 150 litri al secondo: una quantità che copre il fabbisogno di Ascoli, Folignano e Maltignano". Un’acqua che però ha portato anche diversi problemi, come quello della colorazione rossastra. "Dobbiamo clorare l’acqua dei pozzi di Castel Trosino, di cui ribadisco la perfetta potabilità – ha spiegato Celani –. Da lì si innesca, a volte e in alcune zone, l’effetto dell’acqua rossa. Sullo stesso palazzo e sullo stesso pianerottolo capita che in un appartamento ci sia l’acqua rossa e nell’altro no: una situazione dovuta anche agli impianti privati". Gli impianti di soccorso (Castel Trosino, Santa Caterina e Fosso dei Galli) non sono più semplici salvagenti, ma stabili fornitori di acqua per l’intero territorio: 150 litri al secondo sono garantiti dall’impianto ascolano, altri 80 da quello fermano e 70 dal terzo che si trova nella zona sambenedettese.

A queste soluzioni d’emergenza si aggiunge l’attività di ricerca di nuove fonti, che comunque non è esente da problemi: "L’università di Ancona – ha detto l’ingegner Ianni – ha concluso alcuni studi che ci hanno detto che si potrebbero fare dei sondaggi per dei pozzi nella zona di Foce: abbiamo portato la questione al Comitato di Protezione civile ma ci sono diversi aspetti da valutare. Invece su Capodacqua siamo stati più fortunati perché è una zona fuori dall’area del Parco e lì abbiamo fatto due pozzi, a 300 metri di profondità, che sono produttivi e dovrebbero darci intorno agli 80 litri al secondo complessivi, che andrebbero a compensare la sorgente nella galleria di Forca Canapine totalmente scomparsa".

Una buona notizia dunque? In parte, perché anche qui l’iter potrebbe complicarsi e ritardare l’immissione in rete di questi 80 litri al secondo che, pur non essendo una quantità enorme, adesso farebbero molto comodo: "Se dovessero obbligarci a effettuare analisi per un anno non potremo immettere subito l’acqua in rete. Altrimenti, se dovesse arrivare il via libera, uno dei due pozzi è già pronto e l’altro lo sarebbe nel giro di un mese". Ma proprio su questo aspetto ie ri c’è stata un’altra riunione che non ha portato a una decisione definitiva. Il problema delle sorgenti è quello principale, perché ormai da più di due anni non si assiste alla fisiologica ricarica delle portate. "La nostra è una zona turistica – ha concluso il presidente Pino Alati – e in questa fase stiamo cercando di sopperire a delle carenze importanti".