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21 lug 2022
21 lug 2022

Il reggae degli Africa Unite arriva a Marina Palmense

Madaski: "Il cammino iniziò nel 1981 e si è evoluto per oltre quarant’anni". Appuntamento domani sera alle 22 con la serata allestita dal Bababoom festival

21 lug 2022
Gli Africa Unite
Gli Africa Unite
Gli Africa Unite
Gli Africa Unite
Gli Africa Unite
Gli Africa Unite

Una musica che trascina, contaminata da tanti anni di storia, di note, di incontri. Compie 40 anni il gruppo degli Africa Unite, la più grande band italiana di musica reggae, un compleanno che si celebra a Fermo, al Bababoom festival di Marina Palmense, dove gli Africa saranno protagonisti domani sera, venerdì 22 luglio, a partire dalle 22. Una vita intera, 40 anni di storia, un traguardo importante, come è cominciato questo viaggio? Lo chiediamo a Madaski che insieme a Bunna ha fondato il gruppo. "E’ iniziato nel 1981, in un teatro pinerolese, quasi per gioco e si è evoluto per oltre quarant’anni diventando una professione, molto impegnativa ed, a tratti, difficile. Ma i molti album pubblicati e le migliaia di concerti fatti ovunque testimoniano il nostro continuo impegno e la continua voglia di migliorarci, elementi essenziali per una così lunga carriera musicale".

Cosa significa per voi suonare oggi, in un festival come il Bababoom? Chi è il vostro pubblico? "Come sempre tutti coloro che desiderano incontrarci. Non c’è un identikit preciso, ci sono fasce d’età molto diverse…dai fans della prima ora, che sono nostri coetanei ai loro figli ed ancora giovanissimi che si affacciano al mondo del reggae, quella musica particolare che sposta gli accenti ed ha ancora un grosso appeal su una bella fetta di pubblico, forse quella meno generalista e veramente interessata alla musica".

Cosa ci dobbiamo aspettare dall’evento di Fermo, come si scelgono i brani dentro 40 anni di carriera?

"E’ una cosa particolarmente difficile data l’ampiezza del repertorio. Il criterio è comunque quello di inserire intorno ai pezzi nuovi di Non è Fortuna, nostra ultima release, i brani storici e più conosciuti dal pubblico". Come sta il reggae oggi?

"Non saprei, sicuramente quello italiano ha attraversato periodi migliori, mi sembra in fase di stallo senza nessuna band che riesca davvero ad imporsi per novità e stile. Penso che ciò sia in parte dovuto a una svalutazione generale della musica in quanto tale. Si seguono più i personaggi, attraverso social, aldilà delle loro capacità o del linguaggio che esprimono. La musica ha perso forza nell’influenzare la vita sociale ed è diventata fenomeno di puro costume".

Come interpretate voi questo universo poco conosciuto e spesso penalizzato da pregiudizi?

"Ricordo sempre ciò che è successo al Rototom Sunslash ad Osoppo. In quel caso è finita bene, il festival è stato annullato per pregiudizi e scarsa conoscenza, spostandosi dall’Italia è diventato il più grande festival reggae mondiale, auguro la stessa cosa al Bababoom".

Mai avuto voglia di smettere? "Non ancora, ci siamo sempre divertiti molto, suonando".

Angelica Malvatani

© Riproduzione riservata

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