Ascoli, 16 maggio 2018 - "I cittadini devono sapere che non ci sono untori né sporcaccioni, ma un silenzio di tomba che fa morire l'ambiente e la verità, e che forse dissangua l'Ipgi". Parole dell'amministratore unico della società, Sante Marinelli, che punta l'indice contro i Comuni per lo stato in cui versa la discarica e li chiama ad essere responsabili. Con la lettera inviata qualche giorno fa (un conto complessivo da 12 milioni), l'Ipgi vuole stimolare una reazione: "Vuole essere un impulso a sedersi per una situazione molto diversa rispetto a qualche anno fa. Una risposta va data, di sicuro non continueremo a subire in silenzio". Dopo essere stata al centro delle cronache per i recenti sversamenti di percolato nel torrente Bretta, l'Ipgi esce allo scoperto e ripercorre una storia pluriennale, chiamando le istituzioni a fare un passo avanti per sistemare la vicenda: che in una parola vuole dire mettere in sicurezza l'impianto, operazione da 6,5 milioni di euro.


"La discarica è stata autorizzata nel 1984 e ha svolto un servizio pubblico fondamentale nel recepire i rifiuti urbani degli enti. Poi con l'apertura dell'impianto di Relluce, nel febbraio 1992 è stata chiusa anche se nel 1993 è stata utile alla collettività per superare la crisi dei rifiuti di Ancona. Nel provvedimento di autorizzazione avevamo un post mortem di tre anni (il periodo di gestione dopo che l'impianto ha smesso di essere operativo, nda), poi al momento della chiusura la Regione ci ha imposto sette anni e qui c'è stata la prima penalizzazione perché le tariffe non prevedevano post mortem così lungo. Nel 2000, una volta assolte tutte le prescrizioni, la Regione ha liberato le fidejussioni (due da circa 200 milioni di lire ciascuna, nda)". Marinelli spiega che "l'Ipgi ha continuato a manutenere questo impianto perché si produceva percolato e in tutto questo è stata lasciata sola nonostante non fosse di sua competenza". Poi è arrivata Picenambiente, con cui è stato stipulato un contratto di affitto di ramo d'azienda e che ha realizzato un progetto, che ha ottenuto la valutazione di impatto ambientale nel 2008, con prescrizioni, ma non l'autorizzazione integrata ambientale. Dopo un ricorso al Tar, ora la vicenda è ferma al Consiglio di Stato. Il progetto prevede la messa in sicurezza dell'impianto con la contestuale apertura di una nuova vasca.


"In questi anni - aggiunge Marinelli - l'azienda si è dissanguata e i soci storici alla fine hanno dovuto cedere le quote. Chi inquina paga: i rifiuti sono proprietà di chi li ha prodotti, la responsabilità è di chi li ha prodotti. Si sta realizzando un piano d'ambito e ci chiediamo se tiene conto di queste cose. Non si può dire che l'Ipgi non può riaprire perché c'è un problema di viabilità, che di fatto è superato; o perché ci sono tanti altri impianti attivi. Gli elementi che hanno portato al diniego di fatto non esistono più". L'avvocato Carlo Nunzio Sforza spiega che "il problema sono le norme che hanno modificato la gestione post mortem delle discariche. Le tariffe allora avevano una previsione triennale della gestione post mortem e poi la Regione ha previsto un settennato. Poi le normative europee hanno previsto post mortem trentennale ed è previsto che i costi post mortem vadano inseriti nella tariffa. Questa diffida di pagamento spiega il problema agli enti e il fatto che si sta gestendo la discarica per il 26° anno rispetto alla chiusura, quindi 23 anni oltre la prescrizione originaria". A chiudere, Marinelli lancia un messaggio ai Comitati di cittadini che sono sorti in questi anni: "Parlo volentieri con loro, vorrei far comprendere che noi non siamo il nemico: sempre stati dalla parte dell'ambiente e ci siamo fatti carico di spese non dovute".