San Benedetto del Tronto, 15 giugno 2018 - Confonde le parole quando prova a raccontare come si sente. Luca Fanesi, 44enne di San Benedetto, non può ancora tornare a lavorare. Gli hanno anche revocato la patente, colpa di una crisi epilettica avuta mentre era in coma. Oggi trascorre l’intera giornata a casa. Sente dolori ovunque, non è tranquillo. Ha timore di tornare allo stadio. Ha paura anche che il figlio possa frequentare quell’ambiente. Tutto, però, è cambiato per lui da quel 5 novembre, quando dopo la partita fra Vicenza e Samb, a poche centinaia di metri dallo stadio Menti, si è sviluppato un contatto fra le tifoserie e lui è stato rinvenuto a terra sanguinante. Per i testimoni, agenti della polizia lo hanno colpito con i manganelli. Mentre le indagini della Digos per conto della Procura di Vicenza sono ferme in attesa di una perizia medica, la Questura ha inflitto a Luca un Daspo di 6 anni con tanto di obbligo di firma. Fanesi dice: «Non ho fatto nulla, mi conosco. Vorrei vedere i volti di quegli agenti e poter essere in grado di riconoscere chi mi ha fatto questo». Luca dopo settimane di coma farmacologico, tre interventi alla testa e quattro mesi di ospedale – è stato dimesso a marzo -, solo oggi si è fatto forza e ha aperto le porte della sua casa per far sentire la sua voce. 

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Innanzitutto, come sta Fanesi?

«Non come prima. Mi sento a terra. Passo tutto il tempo a casa. Se potessi tornerei subito al lavoro ma mi hanno sospeso anche la patente».

Il dolore è ancora forte?

«Va meglio. Prendo quindici pasticche al giorno. Mi sento sempre stanco. Mi fanno male le gambe. Non distinguo più il gusto qualsiasi cosa ingerisca».

Quando potrà tornare a lavorare?

«Non lo so, forse fra qualche mese ma non potrò riavere la patente prima di un anno sempre che, poi, i medici diano il consenso».

Le cicatrici che sono tuttora visibili sulla sua testa la fanno sentire a disagio?

«Inizialmente sì, col tempo l’ho accettate».

Se la sente di uscire?

«Una volta sono stato a cena fuori con mia moglie. Mi piacerebbe andare anche un po’ al mare ma non posso espormi molto al sole. Non posso fare nulla. Solo stare qui a casa».

 

Luca Fanesi mostra le cicatrici

E’ demoralizzato?

«Sì, dei giorni va meglio, altri peggio. Penso alla mia famiglia, a cosa ha passato. A cosa potrà essere il futuro. Vorrei ritrovare un po’ di serenità ma temo che niente sarà più come prima».

Conoscere i nomi di chi le ha provocato tutto questo l’aiuterebbe?

«Sì. Non mi ricordo nulla ma sono certo di non aver fatto del male a nessuno. Non ne sarei capace».

Lei è un addetto alla sicurezza presso una struttura commerciale, opera a stretto contatto con le forze dell’ordine. Le fa ancora più rabbia che i responsabili della sua aggressione possano essere gli stessi che avrebbero dovuto garantirle la sicurezza?

«Tanta. Noi guardie non possiamo muoverci e quando succede qualcosa dobbiamo contattare polizia e carabinieri. Credo nell’operato delle forze dell’ordine ma è evidente che non tutti svolgono il proprio lavoro come dovrebbero».

Quando è uscito dall’ospedale ha provato a tornare laddove è stato trovato sanguinante a terra? Ha visto tutti i video raccolti su quel 5 novembre?

«Ci sono tornato ma di passaggio con la macchina. I video li ho visti. Non ricordo. Vorrei tanto ricordare tutto. Ma non ci riesco».

Qual è l’ultima cosa che ricorda?

«Della partita ho ricordi confusi, non mi ricordo neppure il risultato finale. Ricordo gli amici sugli spalti e che a fine gara sono salito sul pullman e ho mangiato un panino perché avevo fame. Poi più nulla».

Vuole che si accerti che non ha fatto nulla perché ha ricevuto un Daspo di sei anni? Si sente sotto accusa?

«Sì. S’immagina cosa potrebbero pensare di me il mio datore di lavoro o le altre persone? Ma io non ho fatto nulla. Senza contare che sarò anche costretto ad andare a firmare il sabato o la domenica mentre sarò al lavoro. Non potrò più avvicinarmi ad alcun evento sportivo. Neanche se dovessi accompagnare uno dei miei figli ad una partita di volley. Io non ci sarei comunque andato allo stadio».

Non ci tornerà più?

«Per ora sicuramente no».

Neanche per accompagnare suo figlio a vedere la Samb come suo padre faceva con lei?

«Non me la sento. Non sono tranquillo. Non riesco ad immaginare mio figlio allo stadio. Quello che mi è accaduto, non doveva succedere. Ero solo andato a vedere una partita».

Ha timore quando esce di casa?

«Ho sempre timore che possa accadere qualcosa in qualsiasi momento». Pensa che un giorno riuscirà ad ottenere giustizia? «Ci spero tanto».