Ascoli, 12 luglio 2018 - «Io non c’entro niente». Sono queste le parole di Angelo del Dotto, l’ascolano indagato insieme ad altre due persone per l’omicidio di Paolo Minguizzi, il 21enne che fu rapito e ucciso 31 anni fa ad Alfonsine, in provincia di Ravenna. «È una storia vecchia che dovrebbe essere definitivamente archiviata. In ogni caso, io non c’entravo prima e non c’entro nemmeno adesso». Non ha voglia di parlare, ma si dichiara innocente il 55enne originario di Palmiano, che all’epoca dei fatti era militare di piantone ad Alfonsine e che raccolse di persona la denuncia di scomparsa da parte dei fratelli di Minguzzi. Una storia vecchia, è vero, ma che non si è ancora conclusa. Il prossimo 25 luglio, infatti, il cadavere verrà riesumato e i resti saranno analizzati all’istituto di medicina legale. E Del Dotto si dice contento di questa verifica: «Ben venga – afferma con decisione – così si capirà definitivamente che sono innocente. Io quella notte ero in servizio, e non ho mai avuto il dono della bilocazione. Sono tranquillissimo perché so di essere estraneo ai fatti».

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Ma per inquadrare meglio la vicenda, occorre fare un passo indietro. Era la notte tra il 20 e il 21 aprile 1987 quando Paolo Minguzzi, giovane rampollo di una famiglia di imprenditori emiliani, sparì misteriosamente. Stava rincasando al termine di una serata trascorsa al bowling e dopo aver accompagnato a casa la ragazza con la sua Golf rossa, all’una di notte, se ne persero completamente le tracce. A denunciare la scomparsa furono i fratelli, che la mattina seguente, in caserma, trovarono proprio lui: Angelo del Dotto. Si capì subito che si trattava di sequestro di persona, perché nella sera del 21 aprile, in casa Minguzzi, arrivò una telefonata da parte di un uomo dal forte accento siciliano. Disse di sapere dove si trovasse il ragazzo e chiese un riscatto di 300 milioni.

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Altre telefonate arrivarono nei giorni seguenti finché, il primo maggio, il cadavere del povero Minguzzi fu ritrovato nel Po. Era incaprettato a una grata di ferro, la stessa alla quale era stato legato durante il rapimento, in un casolare abbandonato di Vaccolino. Le indagini proseguirono tra alti e bassi e gli inquirenti si trovavano di fronte a molti quesiti senza risposta, finché non sopraggiunse un nuovo fatto di sangue che si ricollegava al primo. Il 13 luglio fu bloccato un tentativo di estorsione ai danni di un altro industriale di Alfonsine, Roberto Contarini. Durante l’operazione dei carabinieri ci fu una sparatoria e restò ucciso Sebastiano Veterano, che sorprese i malviventi durante la consegna del denaro.

Nello stupore collettivo, tra i banditi fu smascherato anche lui: Angelo Del Dotto. Gli altri due erano Orazio Tasca, un siciliano di 23 anni e Alfredo Tarroni, idraulico di Alfonsine. Troppi nessi collegavano i due fatti e ancora oggi i 3 sono sotto accusa in concorso per sequestro di persona, omicidio aggravato e occultamento di cadavere. La cifra richiesta a Contarini era la stessa del sequestro di Minguzzi: 300 milioni di lire. Tanti nessi, troppe coincidenze. Orazio Tasca conosceva bene Minguzzi, che era carabiniere di leva a Mesola. Tasca lavorava da tempo nella caserma di Alfonsine, avrebbe potuto facilmente fermarlo con una scusa nella notte del rapimento e parlava anche con un forte accento siciliano, proprio come il misterioso uomo del riscatto, quello che più volte telefonò alla famiglia di Minguzzi.

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Oltre a ciò, nell’armadietto di uno dei due ex militari indagati, fu trovato un libro di bondage con un segno proprio nella pagina relativa alle tecniche dell’incaprettamento. E la vittima era stata legata così alla grata della finestra del casolare di Vaccolino. Il fascicolo per la morte di  Minguzzi, a suo tempo aperto contro ignoti, era stato archiviato a metà degli anni ’90, ma un esposto presentato dalla famiglia del defunto ha sollevato nuova attenzione sul caso. Si chiede giustizia. Il 25 luglio il cadavere sarà riesumato e verrà scortato da Alfonsine a Pavia, dove i resti verranno analizzati all’istituto di medicina legale alla luce delle nuove tecniche scientifiche.

La ricerca è stata affidata a due grandi nomi della medicina scientifica, i professori Giovanni Pierucci e Carlo Previderè dell’Università di Pavia, che avranno 60 giorni di tempo per dare risposta a 6 quesiti: la causa della morte, i mezzi che l’hanno provocata, il tempo impiegato, la possibilità di isolare i resti, la rilevazione dei profili genetici delle persone coinvolte e il nesso tra la morte per soffocamento e la causa che lo ha prodotto. Per quanto riguarda quest’ultimo punto, esiste ancora il dubbio in merito alla possibilità che il soffocamento sia stato provocato dal tentativo di Minguzzi di liberarsi dalle corde che lo legavano stretto alla grata. Decisivo sarà l'esame del Dna, e se Alfredo Tarroni si è subito detto disponibile a effettuare un tampone salivare per eventuale comparazione genetica, i legali di Tasca e Del Dotto (rispettivamente Luca Orsini e Armando Giuliani), si sono riservati sulla questione.