I Kaisha Kunin
I Kaisha Kunin

Bologna, 5 marzo 2018 - Punk-rock scintillante,chitarre a carillon e testi schietti. Quest’ultimo aspetto, soprattutto, li identifica: i bolognesi Kaisha Kunin, è subito evidente, non le mandano a dire. Lo si capisce fin dalle prime note del loro ultimo disco, ‘Dammi un cuore’ (2017, autoprodotto, reperibile anche su Spotify), che con ‘Fuffa’ regala ai suoi ascoltatori un incipit carico di chitarre distorte, cori da beach boys, ritornello martellante e parolaccia d’esordio.

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Parolaccia, poi: letta così, e senza aver sentito il brano, la definizione risulterebbe ingenerosa. Perché tutto si può dire a questa band nata nel 2009 (che prende il nome dai samurai giapponesi), ma non che non abbia stile. Stile classico, sia ben inteso: Brian Epstein apprezzerebbe quei vestiti (quasi) tutti uguali, il sorriso beffardo e soprattutto quei cori, presenti in ogni brano, perfetta traccia rock nella sua vena più autentica e festaiola che dai Beach Boys arriva fino ai Red Hot Chili Peppers.

Alle parole di questo album, il primo in italiano, dopo l’esordio in inglese del 2013 (‘Ce n’est pas du rock’, anche lui è su Spotify) c’è Marco Sammartino, che ritroviamo anche al microfono, alla chitarra e alle tastiere. I suoi testi veicolano contenuti contemporanei, quasi da rap, pur nella più classica delle forme-canzone. Sono contenuti a volte sfacciati, come in ‘Fuffa’, altre volte sono sguardi sul contemporaneo (‘Social Network’) che riescono nell’impresa di non peccare di risaputo.

Censimento musicale, il regolamento

Immancabili le ballate (‘La vita è un’emozione’), ma non sono in queste che i Kaisha Kunin emergono. Piuttosto, lo fanno nel tiro che sanno dare ai loro brani, perché - e questo è evidente - la band, dopo nove anni insieme, ormai ha un perfetto amalgama. Eppure non basterenne neanche questo, perché ben poco sarebbe il risultato finale senza i testi di cui sopra, senza i riff, gli effetti e gli slide di Andrea Lazzarini alla chitarra e senza la sezione ritmica all’unisono di Thomas Righini al Basso e Alberto Banci alla batteria.

Gli ingredienti sono di buona qualità. Ma un buon disco, dicono i manuali, si giudica tale quando è in grado di lasciar qualcosa. Siano le sensazioni, i concetti poetici o, come in questo caso, certi ritornelli in grado di appiccicarsi sui vestiti fin dal primo ascolto. L’ironica e tagliante ‘Fuffa’ ha di sicuro questo effetto, ben supportato dal video girato da Oscar Serio). Adorabilmente demodè è ‘Lovsong’, il brano più ‘sixsties’, che porta impressi i sorrisi balneari delle band californiane e in Italia guarda al ciuffo di Bobby Solo o alle estati in città del primo Celentano. Un applauso, nel pezzo in questione, per la chitarra e per i cori in ‘tù-ah - tù-ah’, che se ben usati sanno sorreggere un brano più di qualunque alzata d’ingegno.

Ottima prova anche il brano successivo, ‘Il mondo che c’è’: una ballata rock sorretta da un riff che funziona e da un bridge di rottura. Andrebbero visti dal vivo, i Kaisha Kunin. Per sperare di farlo si può tenere d’occhio la loro pagina Facebook, o quella del trio SamMa, progetto parallelo del cantnte e autore... Ma questa è un altra storia.

LA SCHEDA

Nome: Kaisha Kunin

Chi sono: Marco Sammartino: voce, chitarra, tastiere; Andrea Lazzarini: chitarra solista;  Alberto Banci: batteria e Percussioni; Thomas Righini: Basso

Genere: ‘open rock’

Video: su YouTube