Bologna, 27 marzo 2017 - Due plausi. Il primo riguarda la qualità nella produzione de “La deriva dei sogni”, album d’esordio dei Malerba nel 2015, totalmente prodotto, scritto, suonato e registrato in proprio. Il secondo deriva dal genere scelto: un rock alternativo perfettamente in stile, pur senza scimmiottare niente e nessuno, nonostante troppa acqua sia già passata sotto ai ponti di voci acquose, chitarre stridenti, tastiere hammond e bassi pulsanti dell’italica new wave.

I complimenti vanno equamente divisi in due, in ogni caso: per le musiche del polistrumentista Eros Gandolfi e ai testi e la voce di Valeriano Bruni. Due stili, i loro, capaci di fondersi alla perfezione senza sovrapporsi troppo. Una coppia autoriale molto brava soprattutto a gettare il cuore oltre la prassi e il già scritto. Nascono così nuove linee melodiche e arrangiamenti in grado di stupire, anche quando una soluzione risaputa sembra esattamente dietro l’angolo. I Malerba sono soprattutto loro due, Eros e Valeriano, così dice la biografia della band bolognese. Il loro disco d’esordio, oggi disponibile su iTunes, su Spotify e in versione fisica ai concerti della band, è frutto del loro incontro. La compagine nel frattempo si è arricchita di una pregevole sezione ritmica composta da Jamir Gandolfi al basso e da Gianluca Vitali alla batteria.

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Il tappeto sonoro è così completo, pronto a far da contraltare a dodici testi che sono poetici e hanno il giusto carattere. Si parla di fughe di libertà (“Francine”), di lavoro e precarietà (“Il blues della cassa integrazione”), di religioni (“Test del silenzio”), di haters e della confusione nelle opinioni di massa (“Ignoro che tolleri e odio che giudichi”) e della scoperta della sessualità di “Marylin”: un’olgettina berlusconiana lievemente fuori tempo storico (chi si ricorderà delle Olgettine tra qualche anno?), ma col pregio di essere raccontata senza giri di parole né eccessiva sboccatezza.

C’è spazio anche per “Sunshine”, l’immancabile ballata. L’orizzonte sonoro del disco è una new wave vista nel suo punto di maturazione, nei primi anni ‘90, quando ha già perso la crudezza di un certo groove da cantina ed è sfociata in rock autorale, seppure ben prima della sua deriva pop. Un paragone troppo facile, da questo punto di vista, sarebbero i Litfiba della ‘Trilogia del potere’ e dei primi due capitoli della ‘Tetralogia degli elementi’. Da quel mondo i Malerba pescano certamente a mani basse, nei toni, nei testi, in un basso profondo, melodico e smaccatamente maroccoliano, nelle hammond di Aiazzi e in certe godevoli altalene di voce bassa e urlata.

Ma forse è meglio fermarsi qui, perché relegare i Malerba a delle somiglianze non farebbe onore a quanto hanno realizzato. E a una ricerca di qualità sonora soprattutto, fatta di arrangiamenti originali e ben costruiti, di tematiche poetiche e dure a tratti, complicate eppure ben trattate. Un’amalgama che rende la band bolognese ben degna di essere tenuta ancora d’occhio in futuro. Magari in live, con la sopresa di una doppia veste, visto che alla versione elettrica i Malerba hanno da qualche tempo affiancato un set acustico che potrebbe serbare piacevoli sorprese, e che sarà presto anche un ep in distribuzione digitale. Sono cinque dei brani del primo album, rivisti, in attesa del secondo album già in lavorazione. La Malerba, per fortuna, è difficile da estirpare.

LA SCHEDA

Nome: Malerba

All’anagrafe: Eros Gandolfi, Valeriano Bruni, Jamir Gandolfi, Gianluca Vitali

Genere: rock alternativo autorale

Album d’esordio: “La deriva dei sogni” (autoprodotto)

Dal vivo: presenti in doppio set, elettrico e acustico