Beppe Boni

Bologna, 7 settembre 2018 - Il rifiuto della guerra è un principio affermato dalla Costituzione. Ma se la fanno gli altri dobbiamo essere pronti a pagare un conto salato, anche in termini di vite umane. Con questa prospettiva, nel caso della Libia gli occhi sono puntati su chi in Europa sembra fomentare la guerra anziché lavorare per la distensione. Pare che gli interessi nazionali prevalgano sul bene collettivo.

Giulio Corti, Ferrara

risponde il condirettore de il Resto del Carlino, Beppe Boni

IN LIBIA si intersecano interessi internazionali dove alcuni Paesi, come Italia, Francia, Russia ed Egitto ricoprono ruoli importanti, ognuno con prospettive diverse e a volte in conflitto fra loro. Il Paese che fu di Gheddafi è precipitato nel caos. E’ spezzato in due, con la parte Ovest (Governo Serraj) riconosciuto dalla comunità internazionale, mentre la zona Est (Governo di Haftar) non ha certificazione alcuna. Poi ci sono le milizie, i signori della guerra, le tribù e gli schiavisti che fanno partire i barconi verso l’Italia. Una miscela esplosiva. La Francia tenta di imporre la propria influenza dribblando l’Italia con la prospettiva di avere benefici dalle zone petrolifere. In questo scenario tuttavia va trovata una soluzione diplomatica, anche forzando la mano, fra i Paesi in gioco. La Libia da sola non è in grado di agire, è paralizzata. Già ieri si è rotta la tregua fra le milizie.

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