Bologna, 8 gennaio 2019 - Il solito film. Primo tempo: lui la picchia per 5 anni, poi la prende al guinzaglio. Una volta arrestato, viene condannato per direttissima a un anno e 4 mesi e rimesso in libertà con obbligo di non avvicinarsi. Secondo tempo: lui l’aspetta fuori casa e la uccide, la Nazione si indigna. Le misure coercitive sono armi spuntate nel proteggere le donne. E’ ora di cambiarle.
Cristiano G. Zannoni, Brisighella (RA)

Risponde il condirettore del Carlino, Beppe Boni

Le leggi e le relative sanzioni che puniscono le violenze sulle donne ci sono, ma spesso sono applicate in modo blando. Risultato: troppo frequentemente gli orchi la fanno franca. A denunciare che operatori giudiziari, avvocati e magistrati, non sempre «applicano con efficacia gli istituti processuali», è, fra gli altri, una toga: Fabio Roia, magistrato dal 1986, già pm a Milano al dipartimento “fasce deboli”. Roia lo scrive in un libro dal titolo «Crimini contro le donne» (Angeli editore), e spiega come nasce e si evolve la violenza degli uomini e suggerisce a chi ne è vittima come uscirne. I crimini contro le donne vanno repressi meglio nei Tribunali ma bisogna lavorare anche sul cambio di cultura. A cominciare dal fatto che le vittime vanno protette e incentivate a denunciare al minimo segnale. 
beppe.boni@ilcarlino.net