Antonello Venditti (foto di Gianluca Simoni)
Antonello Venditti (foto di Gianluca Simoni)

Bologna, 20 febbraio 2019 - Antonello Venditti, c’era una volta una canzone e un disco, ‘Sotto il segno dei pesci’, che festeggia i 40 anni...

«In realtà già 41, l’8 marzo...».

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Data all’epoca fatidica.

«Epocale, adesso quell’album è diventato uno snodo per la musica attuale: conteneva tutto quello che è stato e anche quello che non è stato».

Un disco ‘profetico’?

«Ha anticipato cose che ancora erano soltanto energia nell’aria. Uscì l’8 marzo del 1978, il giorno del mio compleanno. Una settimana dopo successe uno degli eventi più drammatici della storia dell’Italia democratica: il rapimento di Aldo Moro. Una canzone che ha avuto un grande appeal trasversale, su tutti, nel momento più drammatico della storia recente del nostro Paese».

Ecco, perché?

«Conteneva l’animo e la coscienza dei ragazzi e delle ragazze, il fatto che sia diventata la colonna sonora di quei momenti mi fa pensare che questo Paese possiede delle basi democratiche enormi».

C’è un altro titolo profetico in quell’album...

«Bomba o non bomba, le mie erano metafore ma c’erano quelle vere. Insisto, un Paese capace di estrapolare metafora e poesia in momenti così drammatici, significa che è percorso da un popolo molto colto, culturalmente anche più avanti del Paese stesso. Un Paese che ha avuto la forza di uscire dal terrorismo, ha vissuto momenti euforici negli anni Ottanta, poi è ripiombato in un limbo berlusconiano per poi ritrovarsi oggi in un altro periodo, completamte diverso e spiazzante».

Un presente che solleva anche molti dubbi.

«Ma noi italiani siamo anche giovani esploratori della politica, dimostriamo un coraggio avventuroso nel ricercare il cambiamento, non siamo un popolo statico, siamo in continuo movimento ed è difficile che qualcuno possa rappresentarci nel nostro cambiamento... anche la politca più movimentista non può e non riesce a raccoglierci tutti, inquadrandoci».

Non stiamo attraversando un altro limbo?

«Guardi, parte tutto dal linguaggio. Pensiamo alla sinistra. Perché il mondo della sinistra oggi si sente così scollegato dal mondo ‘reale’? Perché non ne possiede il linguaggio: il nostro vivere è fatto di quotidianità, anche nella Treccani sono entrate delle parole nuove, degli slang, i contenuti sono accettabili ma è il linguaggio con il quale tu li comunichi che rimane scollato dal quotidiano. Quelli che i populisti chiamano ‘comunisti col Rolex’, sembra che vivano in un altro mondo».

A proposito di mondi, lei che è romano nell’anima...

«Ecco prendiamo l’esempio di Roma. Roma oggi è una somma di quartieri ognuno col suo linguaggio, i suoi problemi, i suoi bar, i suoi conflitti. Ma tu devi conoscere e parlare quel linguaggio sennò muori. Bisogna andare a ‘scuola di realtà’. Anche esprimendo concetti condivisibili, non riesci a comunicarli allo studente, al macellaio, alla massaia perché non parli più nella loro lingua».

Ed ecco che possono arrivare in soccorso le canzoni...

«Sono importanti, creano nuovi linguaggi. Basterebbe che certi politici ascoltassero quelle di Sanremo invece di chiudersi in torri d’avorio...».

Torniamo al disco e a quegli anni.

«Anni di leggi speciali. Eravamo diventati prigionieri di noi stessi. Ricordo che io venivo fermato 4 volte a notte, magari non a Roma dove il mio volto era più conosciuto, ma a Milano con i capelli lunghi... Mi toccava girare con i miei dischi in macchina per dimostrare che ero un cantautore e non un terrorista. Sotto il segno dei pesci parlava del mio passato ma anche del Settantasette e a Bologna ne sapete qualcosa».

Ma alla fine, per quale alchimia la canzone è entrata così sotto pelle per più di una generazione?

«I problemi sono sempre gli stessi e parliamo di persone che hanno fatto altro rispetto al proprio lavoro. Noi avevamo e abbiamo una aspettativa di un futuro stralusinghiero e invece...».

‘E Giovanni è un ingegnere che lavora in una radio. E Marina se n’è andata oggi insegna in una scuola...’.

«La dote di attualità è enorme: la verità della canzone sta in due parole magiche: amore e unità. ‘Ma tutto quel che cerca e che vuole è solamente amore e unità per noi.... ’. Oggi non sembrerebbe essere così, ma io penso sempre sia solo una questione di linguaggi: l’Italia non è così come appare dal linguaggio dominante».

A quale canzone di quell’album si sente più vicino?

«Chen il Cinese, Il Telegiornale ma soprattutto Scusa Francesco che riguarda ovviamente De Gregori: questo quarantennale ha ricementato la nostra amicizia, abbiamo cantato assieme a Verona e a Roma... trovarci amici dopo 40 anni vuol dire che il disco è servito a qualcosa. Dopo questa festa io posso volare verso altri lidi, per esempio preparando il disco nuovo, completamente diverso. Ho messo un punto e virgola per ripartire. e sul palco collego la tecnologia di oggi con i suoni di allora: non a caso una delle due band con me è quella Strada Aperta che suonò nel disco.

La sua Bologna?

«Bologna sono le lunghe notti: io, Lucio, il suo manager Renzo Cremonini, De Gregori, qualche volta Ron o Bardotti... Come dite voi? Biassanot. Quelle nottate a non fare praticamente nulla, girando per osterie e finendo in stazione a comprare il giornale all’alba».