Archie Shepp sarà lunedì 20 a San Lazzaro con il trio di Massimo Faraò
Archie Shepp sarà lunedì 20 a San Lazzaro con il trio di Massimo Faraò

Bologna, 19 maggio 2019 - Un tramonto memorabile. O, piuttosto, un tramonto che permane radioso per chi ha doppiato il capo dell’ottantina, età in cui il tempo non fa sconti. Soprattutto se si parla di un jazzman con alle spalle una vita combattuta come quella di Archie Shepp. Un leader che è già un pezzo di storia, per le brutali dissonanze del suo sax tenore – ma la costruzione delle frasi ha precisione millimetrica e finezza con pochi riscontri – e per l’esplicito afrocentrismo. Il faccia a faccia con chi ha tolto i veli al genere free come sottointeso di dissidenza culturale e politica è per lunedì 20 maggio (ore 22) a Paradiso Jazz Festival a San Lazzaro, clou della rassegna sanlazzarese in cui il genio di Philadelphia è ospite del trio di Massimo Faraò (pianoforte).

Mr. Shepp, c’è chi dice che lei non omaggia la tradizione perché è lei stesso la tradizione…
«Sembra quasi uno spot, come quello che mi classifica come un baldanzoso vocalist dilettante. O l’inventore di un futurismo musicale in debito col mio jazz ‘pazzo’. Ho innanzitutto la tradizione dentro, ma pure gli occhi aperti sul resto. I modi di dire lasciano il tempo che trovano, parlare di black power invece che di jazz non ha equilibrato lo standard di vita delle due etnie».

Eppure per gli afro-americani è il Malcolm X del jazz.
«Non sono Malcolm X, ma ci tengo a dare il mio contributo per la causa dei neri. L’ho fatto scrivendo musica come con l’album Attica Blues di rimbalzo al film e al libro che raccontano dei diritti dell’uomo ridotti a quello autoconferito dei bianchi di vessare i detenuti di quell’orrenda prigione vicina a Buffalo».

Che cosa le piace di ‘Black, Brown & Beige’ di Duke Ellington dedicato al tema del razzismo?
«Si sta parlando di un musicista che sta alla storia del jazz come Bach a quella della musica occidentale. Quel disco è un saggio che narra l’epopea degli afro-americani. Un contributo essenziale alla cultura americana, non solo a quella dei fratelli neri. Come Alabama del mio maestro Coltrane».

Parlando di affetti familiari, dedicò un brano a sua nonna che aveva lavorato nelle piantagioni, che ricordava l’hambone, unica espressione musicale consentita allora ai neri…
«Ho scritto pure un pezzo per mia figlia e un altro che ricorda un cugino morto per sbaglio in una sparatoria (Steam). Ma il mondo gira sempre allo stesso modo».

Quando sia esaltante vivere accanto a una leggenda lo sintetizza Faraò, figlio di un profugo istriano che l’avviò alla musica, pianista di punta del jazz europeo, allievo in pectore di Wynton Kelly e Red Garland. «Di Ellington e anche di Monk ci parla spesso a cena. Archie può mangiare spaghetti a Parigi con le mani o affiancare un rapper in una discoteca in doppio petto. Ma sotto resta sempre lui, col vestito africano: fa due note e dici Coltrane e Rollins o dici Shepp».

È complicato seguirne l’ispirazione?
«Bisogna avere duecento paia d’occhi e quattrocento paia d’orecchie perché non sai mai dove va un suo pezzo. Quando sale sul palco e fa della musica le sue sono continue elegie, inventate o citate».

Lo paragona ai grandissimi?
«In tutto e per tutto. Più apprezzato forse dai musicisti che dal grande pubblico, peccato che i fricchettoni lo considerassero solo un forsennato del free. Mama, Fire Music e The Way Haed sono epici. Chi ama il jazz li possiede».