Paolo Fresu
Paolo Fresu

Bologna, 9 ottobre 2019 - S’annuncia con una cifra di ineluttabilità messa in conto da chi lo conosce da vicino la folgorazione artistica che ha «incendiato» Giovanni Serrazanetti , un appassionato, ma flemmatico jazzofilo, trasformandolo in un artista a 360 gradi, sensibile a tutto quello che lo circonda, ritrattistica e natura morta che sia. Quasi una rinnovata dimensione esistenziale legata un evento storico: i trent’anni di musica in Cantina Bentivoglio.


Liveclubbing da 8200 spettacoli in archivio, presenze sublimi, da Caetano Veloso a Chet Baker, da Max Roach ad Herbie Hancock, da Wynton Marsalis e Lee Konitz ad Enrico Rava e Paolo Fresu, da Gino Paoli a Cedar Walton. Co-titolare della cave di via Mascarella, tra i cento jazz club più famosi del mondo, presentatore ufficiale di Umbria Jazz, presidente dei jazz club della penisola, Serrazanetti non sta più nella pelle quando accenna al rendez-vous a inviti di domani sera con due ospiti speciali sul palco: Peppe Servillo e Danilo Rea . La narrazione dei trent’anni di jazz è di elettricità contagiosa, con il controcanto dell’assessore alla Cultura Matteo Lepore , Paolo Fresu e Jimmy Villotti , con cui l’avventura cominciò.


Esperimento a cui Serrazanetti con Vincenzo Cappelletti nell’85-86 diede l’abbrivio: musica per tutta la settimana, come nei grandi live club di New York, Londra e Parigi. Un azzardo che rischiò di trasformarsi in epos. «Sì, perché i maggiori magazine statunitensi continuano a classificarci tra i primi cento jazz club del globo. Una storia che parte da una mia personale débacle, il sogno di diventare un buon chitarrista. Ho suonato la chitarra con impegno, ma abbastanza male per anni, con Villotti maestro benevolo e magari un po’ deluso».
 

I numeri parlano chiaro. «Circa 250 serate di concerti per i primi 19 anni, sette sere su sette e dopo l’introduzione della zona U, obtorto collo sei su sette, escludendo la domenica. Con il palinsesto spalmato su star internazionali e una particolare attenzione alla ‘via italiana nel jazz’ di cui vado fiero». Un desiderio da esprimere? «Altri cinque lustri di jazz in Cantina».
Intanto si riparte con due aperture straordinarie: dopo quella con Servillo e Rea tocca al quartetto di Piero Odorici in interplay con Andrea Pozza al pianoforte, Aldo Zunino al contrabbasso e Roberto Gatto alla batteria. Annunciati, infine, i concerti targati Bologna Jazz Festival.


Work in progress per quanto riguarda il jazz programmato anche a livello istituzionale, novità che arriva da Lepore: «Stiamo per portare in Giunta una delibera che si pone l’obiettivo di premiare in qualche modo club che propongano qualcosa di culturalmente valido come la musica dal vivo. Per tre anni non ci saranno nuove licenze, ma qualche eccezione potremmo farla solo a fronte di progetti culturalmente intriganti e di prospettiva». Sul fatto che i club costituiscano l’humus più adatto al jazz concorda Paolo Fresu: «Lo sostengo da artista e da presidente della Federazione Italiana del Jazz, più locali ci sono più fioriscono musicisti». Per il «vate» Jimmy Villotti, che avrà quattro date a disposizione, il ricordo, carezzevole, va non solo alle esperienze musicali sfilate in trent’anni: «Sono orgoglioso anche di poter presto proporre un progetto ispirato a Thelonious Monk».
 

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