Christo a Bologna per il Biografilm
Christo a Bologna per il Biografilm

Bologna, 16 giugno 2019 - Non ha provato curiosità per il milione e passa di foto di Floating Piers, che hanno bombardato Instagram nel 2016, facendolo quasi collassare. E non ha ancora visto il documentario Walking on Waters che testimonia l’epico lavoro temporaneo sul Lago d’Iseo – dove costruì una passerella per «camminare sull’acqua» – che verrà presentato al Biografilm Festival di Bologna domenica sera, perché l’artista bulgaro Christo non ha tempo, se non per i suoi progetti. Dall’organizzazione, alla ricerca materiali e persone, dal suo palazzo di sei piani a Soho, New York, dove non è mai lui a rispondere al telefono: non ama la socialità virtuale. Al momento è concentrato sul prossimo lavoro “kolossal”: il wrapping dell’Arco del Trionfo.

Documentare è parte importante dei lavori che lei e Jean-Claude avete progettato in 50 anni di attività artistica. Il film “Floating Piers” com’è stato girato?

«Tutti i progetti che abbiamo fatto in 50 anni, io e Jean-Claude, sono progetti temporanei, che durano due o tre settimane e poi se ne vanno per sempre, non li rivedrete più. Ecco perché eravamo molto consapevoli dell’importanza di registrare tutti i lavori nei vari passi. Io non sono un cineasta e quindi da subito abbiamo cercato un regista, e abbiamo incontrato Albert e David Maysles, documentaristi americani, fondatori del Cinema Verità, che hanno fatto per noi vari film, poi sono morti: l’ultimo nel 2015, e quando mi sono trovato nell’urgenza di far filmare il lavoro sul Lago d’Iseo, ho chiesto aiuto a mio nipote Vladimir che ha chiamato vari filmaker a riprendere “the making of” di Floating Piers. Alla fine, dopo vari mesi, ci siamo ritrovati con 700 ore di girato e a questo punto c’era bisogno i un regista che mettesse tutto insieme ed è arrivato Andrey Paounov».

Gli ha chiesto cose specifiche per realizzarlo?

«No, nulla, io non sono entrato nelle riprese e nella regia».

Per lei, smontati i lavori temporanei, è già tempo di occuparsi di altro?

«Ogni progetto accade in due settimane, filmiamo tutto e il materiale viene anche pubblicato in libri molto estesi che raccontano il processo creativo e strutturale, ogni progetto ha una sua mostra con tutto quello che è stato utilizzato, dai 300 a 400 pezzi. Anche perché ci sono progetti che sono durati 23 anni, come l’impacchettamento del Reichstag di Berlino, 26 anni per The Gates a Central Park o il Pont Neuf Wrapped», 10 anni».

Perché a lei e Jean-Claude sono sempre piaciuti i lavori temporanei?

«Perché accade per un certo tempo, poi più, rimarrà una cosa unica e questo è così radicato nel tempo, irripetibile, fresco, immediato, non può essere banalizzato dalla routine, dalla vita di tutti i giorni. È libero, incontrollabile, non acquistabile. Quando Jean-Claude era ancora viva, parlavamo spesso del tempo, ricordando i lavori per annata».

Christo, tre anni dopo sta lavorando a qualcosa di completamente differente eppure così famigliare, ovvero l’impacchettamento dell’Arco di Trionfo a Parigi. Un “wrapping project” senza Jean-Claude...

«In verità non è proprio così, perché questo nuovo lavoro ha una storia che ci fa capire quanto la vita possa essere incredibile. In 50 anni di collaborazione, abbiamo fatto 22 lavori insieme, ma abbiamo chiesto il permesso per 47! Naturalmente con alcuni ci abbiamo provato senza riuscirci. Nel 1958, quando sono arrivato a Parigi, col mio povero francese, avevo uno studio dove lavoravo e vivevo, all’ultimo piano di un palazzo, lontano un isolato dagli Champs Elysees e fu allora che vidi l’Arco di Trionfo. Nel 1962 proposi al governo cittadino di impacchettare l’Arco, ma fu impensabile farmelo fare».

Cos’è cambiato oggi, a parte che lei ora è una celebrità?

«Stiamo preparando una mostra al Centre Pompidou per marzo 2020. Racconterà il wrapping del Pont Neuf fatto nel 1985 e il direttore voleva fare una seconda mostra Christo and Jean-Claude, Parisian Years 1958-1964. Io gli ho detto, “o il wrapping dell’Arco di Trionfo o niente!”. Sapevo che sarebbe stata una sfida, ma sono anche stato fortunato ad andare a Parigi ora con un presidente francese giovane che potrebbe essere mio figlio e in meno di un anno avevo il permesso. Saranno 25 mila metri quadrati di polipropilene riciclabile in blu argentato e 7 mila metri di corda rossa. Bello giocare con la relazione tra uomo e spazio, non è roba virtuale, questa è verità!».

Dove va tutto il materiale?

«È tutto materiale industriale, riciclabile. Ad esempio, per quanto riguarda le 5 mila tonnellate di acciaio per The Gate a New York, ancor prima di realizzare il progetto, avevo venduto tutto ai cinesi per fare dei grattacieli. Da uomo che ha ricevuto una formazione marxista, io riciclo tutto, fino alla fine».