Paolo ‘Pau’ Bruni leader dei Negrita
Paolo ‘Pau’ Bruni leader dei Negrita

Bologna, 19 maggio 2019 - «Con un repertorio come il nostro è impossibile accontentare tutti, così abbiamo preparato una trentina di pezzi e la sera ne scegliamo una venticinquina», allarga le braccia Paolo ‘Pau’ Bruni parlando dello spettacolo teatrale che riporta martedì 21 maggio i Negrita all’EuropAuditorium. Anche se, in scena come nella recente antologia celebrativa I ragazzi stanno bene 1994-2019, le hit della band aretina ci sono tutte. «È vero che parte dei fans preferisce comunque l’attitudine elettrica di palazzetti arene, ma ce n’è un’altra rimasta impressionata dal tour nei teatri di sei anni fa che non vedeva l’ora di rivederci in quella dimensione; così abbiamo approfittato di questo venticinquennale per riprovarci».

Cosa cambia rispetto al tour di allora?
«Intanto abbiamo sei anni d’esperienza in più e una formazione diversa, visto che al tempo eravamo rimasti in cinque perché Franco ‘Frankie’ Li Causi se n’era andato lasciandoci senza bassista. Ora siamo di nuovo in sei. Pure l’ultimo arrivato Giacomo Rossetti è polistrumentista così il bello dello show diventa proprio l’assistere alla rotazione continua di musicisti che passano da uno strumento all’altro».

Sorprese?
«Già nell’altro tour teatrale c’eravamo divertiti a stravolgere alcuni pezzi. Continuiamo su quella strada e la gente apprezza, perché ogni tanto denudare i brani per rivestirli in modo nuovo è stimolante ne ravviva la memoria. Quelli che abbiamo ‘violentato’ di più sono probabilmente Il libro in una mano, la bomba nell’altra, Cambio e Malavida en Buenos Aires. Tre belle sorprese».

A Sanremo è più rock arrivare ultimi o ventesimi?
«Portavamo un pezzo non da podio e va benissimo così. In concerto I ragazzi stanno bene già riceve l’ovazione riservata di solito dal pubblico a quelli più storicizzati. Sinceramente, mi sarei aspettato un piazzamento leggermente migliore, diciamo da metà classifica; ho avuto la sensazione che non si sia voluto capire che eravamo lì a celebrare i nostri 25 anni di carriera».

Classifica a parte, che idea vi siete fatti di questa 69esima edizione?
«Direi buona. Altre edizioni m’erano sembrate da fine impero, mentre in questa Baglioni ha preso il toro per le corna e ne ha fatto quel che voleva. Basta pensare che al Primo Maggio eravamo più o meno gli stessi; da Ghemon a Silvestri, da Motta a Manuel Agnelli. Un bell’esempio dell’Italia che, dopo il Festival, sale sui palchi e va in classifica».

Di questi tempi cantare dei ‘fantasmi sulle barche e di barche senza un porto, come vuole un comandante a cui conviene il gioco sporco’ che reazioni comporta?
«Il nostro pubblico sa benissimo come la pensiamo. Fra l’altro nello show eseguiamo tutte le sere pure Sale che criticava fortemente l’atteggiamento politico di quegli anni dominati segnati dalle politiche di Bush e, in Italia, della fantastica triade Berlusconi-Fini-Bossi. A ben vedere c’è sempre un buon motivo per cantare canzoni come quella. Tornando a Sanremo penso che il popolo italiano alle ultime elezioni abbia preso un abbaglio clamoroso, ma se glielo fai notare con una canzone, non ti premia. Però, su certi argomenti, preferisco espormi che rimanere zitto».

E in estate?
«Stiamo pensando ad un aggiornamento di questo spettacolo, vale a dire partire con un’attitudine teatrale per poi attaccare la spina ed elettrificarne alcuni passaggi senza perdere però l’aplomb richiesto dal luogo in cui ci troviamo; un po’ come Paul Weller che se ne va a suonare in giacca e cravatta in qualche club londinese».