Una delle opere di Samorì
Una delle opere di Samorì

Bologna, 9 aprile 2021 - Dialogare con i classici dell’arte, allinearne lo spirito, la loro intima umanità, alla quotidianità. Esaltare il loro essere ‘senza tempo’, con il linguaggio, difficile da padroneggiare e mettere in scena, della trasfigurazione. Ci riesce, Nicola Samorì (Forlì 1977), uno dei nomi più acclamati del panorama artistico italiano, nella sua prima grande antologica in Italia, Sfregi , che sarà aperta al pubblico appeno le disposizioni sul contrasto al virus lo permetteranno, e rimarrà sino al 25 luglio nelle sale nobili di Palazzo Fava.

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L’esposizione, fortemente voluta dal presidente di Genus Bononiae, Fabio Roversi-Monaco, che di Samorì è stato uno dei primi sostenitori e collezionisti, affidata alla cura di Alberto Zanchetta e Chiara Stefani, verrà preceduta da due visite online il sabato e il 13 aprile (ore 18.30). Una immersione totale, quella che attende il visitatore che si ritroverà al centro di una conversazione impossibile tra i capolavori del Barocco bolognese, che adornano gli ambienti del palazzo di via Manzoni 2, e le incursioni crude, iconoclaste persino, dell’artista. Samorì ha voluto perpetrare un tradimento passionale, come sempre avviene nei suoi lavori, una trasgressione che rasenta la perfezione filologica. I lavori sono il frutto di un trauma che si abbatte sulle immagini preesistenti, e su alcune opere scelte tra quelle che compongono la ricca collezione d’arte e storia della Fondazione Carisbo come i ritratti di donne cieche di Annibale Carracci, e che, quasi miracolosamente, si incastonano alla perfezione con lo scenario di Palazzo Fava.

«Mi ha stupito, dice Samorì, come il mio grande Affresco Malafonte si sia incastrato nella sala delle Grottesche, senza che lo avessi previsto, senza che questa condivisione fosse programmata". Un segno, forse, dell’amore profondo che lo lega ai maestri del passato, di una sintonia che, proprio perché assoluta, si colloca lontano dall’omaggio, esplora territori inediti, si affida a materiali di ogni genere come il rame, il marmo, il legno che vengono ustionati, martoriati, innestati con impurità, germi che ci fanno compiere un continuo viaggio senza fine tra presente e passato.

Come nel dipinto, Il canto della carogna, realizzato appositamente per la mostra, che riprende la Natura morta di Crespi replicata con olio su rame, che vuole scuotere lo spettatore, come se, attraverso l’intervento dell’artista, si trovasse al centro della tela, ne potesse sentire tutta la drammatica atmosfera. Quasi fosse al fianco del Crespi mentre crea. Poi ci sono i Santi Martir i, scarnificati, per esaltarne la loro dedizione di penitenti, dipinti in olio su rame. E il San Sebastiano nella Stanza di Enea , intaccato, modificato, ‘sfregiato’, appunto, come recita il titolo della mostra. Samorì fa ricorso a fonti di calore, pressione delle mani, abrasioni, come se volesse esaspera le conseguenze di irreversibili ferite, tra citazioni che arrivano da Francis Bacon come dalla scrittura di H.P. Lovecraft. Continuando la visita, si scopre un olio su tavolo da massaggi degli anni 60, con il Cristo Morto di Philippe de Champaigne, dove una lastra metallica fa scendere il corpo, che è anche una Sindone, verso il basso e poi si arriva al cospetto di grotteschi gerarchi nazisti che cercano di trafugare opere d’arte. Terminato il percorso, l’impressione è che questi Sfregi , pur assolvendo la loro funzione dissacratoria, abbiano trovato un equilibrio, delicato ma evidente con quello scrigno della storia dell’arte che è Palazzo Fava. È possibile prenotare le visite on line sul sito di Genus Bononiae (www.genusbononiae.it) o su www.ticketlandia.com