Vecchioni a Bologna con Guccini (Foto Newpress)
Vecchioni a Bologna con Guccini (Foto Newpress)

Bologna, 14 aprile 2019 - La promessa del Maestrone al Professore: «Ci sarò sicuramente». Ma Roberto Vecchioni sa che l’ultima parola sulla partecipazione al suo concerto di giovedì all’EuropAuditorium la metterà Raffaella, la moglie di Francesco Guccini, che dopo sette anni di silenzio ha fatto riascoltare la sua voce nel concept album ‘L’infinito’, dodici brani inediti che vogliono essere un inno alla vita e che trovano uno degli eroi positivi in Alex Zanardi, per il quale è stata composta ‘Ti insegnerò a volare’ che contiene, appunto, il duetto dei due padri nobili del nostro cantautorato.

Ci vuole però un bel coraggio a dare un titolo leopardiano a un disco che vuole infondere ottimismo...

«Mi serviva un esempio impossibile per far vedere che la vita può essere goduta e amata anche da uno come il poeta di Recanati».

Ma di questi tempi non è antistorico cantare l’ottimismo?

«Proprio perché non va di moda e sento in giro tanta musica incazzata e piena di sfighe, ho voluto far passare il messaggio contrario. Ogni tanto qualcuno deve dire qualcosa di buono e speranzoso».

E Zanardi è un simbolo universale?

«Rappresenta a mio avviso la lotta a oltranza contro il destino. Quando mi sono messo a pensare a questo disco, mi è venuto subito in mente lui».

Guccini, invece, quando entra?

«Gli ho fatto sentire il disco e sapevo che avrebbe scelto quel brano e la citazione di Kavafis. Dentro di me ho capito, appena l’ho finito, che quel brano assomigliava a sue canzoni, tipo ‘La locomotiva’. Del resto le frequentazioni anni Settanta portano fatalmente a scrivere sempre nello stile di qualche grande: De Gregori, Dalla, Guccini».

Anche la sua Bologna è quella degli anni Settanta?

«Quella dell’Osteria delle Dame, quella di Claudio Lolli, di Francesco, di Lucio. Quella dello spirito vivo, dei sentimenti ottimistici. Dopo, ci ho fatto solo tappe saltuarie».

Quest’ottimismo si può estendere alle nuove generazioni?

«Ho fiducia in loro, in quelli che occupano le piazze per difendere il nostro pianeta. Avere fede non significa necessariamente credere in qualcosa di sovrannaturale, ma credere in qualcosa è importante, avere passione l’uno per l’altro è fondamentale ma purtroppo si sta perdendo e questo mi fa molto arrabbiare».

Se un messaggio lo lancia un cantante ha più efficacia?

«Conta, conta. Pensiamo a Vasco, a Jovanotti: sono molto bravi a far arrivare le loro cose. E succedeva anche ai miei tempi, anzi di più. Allora, davvero un cantautore era un maître à penser, adesso è più ripiegato a fare il correttore, il consolatore, meno l’aggregatore. Ma la colpa non è sua, bensì del progresso».

Da cantautore impegnato, quale battaglia pensa di aver vinto?

«Beh tante, a cominciare dalla problematica femminile, dalla rivalutazione della coscienza personale, dalle scelte che i ragazzi fanno senza essere condizionati dall’esterno, dallo sdoganamento del diverso. Negli anni ’50 nessuno considerava questi argomenti. Poi, entrando nel personale, l’idea che l’amore non sia infinito ed eterno, ma problematico, causa di gioie e di dolori. L’esempio viene da un maestro come Gino Paoli che già nei Sessanta costruì questa visione. E non è un caso che quando mi diletto con gli amici a far cantare la prima canzone che viene loro in mente, nessuno, dico nessuno, accenna a qualcosa che abbia meno di vent’anni».

E nel capitolo sconfitte cosa mette?

«Ho capito che non si riuscirà mai a trovare la perfezione nella democrazia. L’altro giorno ero in treno e la persona seduta davanti a me nella tratta Milano-Firenze ha smanettato sul telefono tutto il tempo, perfino quando è entrato il controllore. E scendendo ho pensato a malincuore: ‘Il mio voto vale come quello di costui». Evidentemente certi concetti di uguaglianza, fraternità e anti-individualismo che dai libri di filosofia ho provato a veicolare con le canzoni non sono passati».

Amore o disamore per la politica?

«Non mi interessa per niente. Non a caso l’album precedente del 2013 s’intitolava ‘Io non appartengo più’. Sono un uomo del Novecento e me ne vanto».

Si fa l’abitudine al successo?

«Non sono un idolo per cui ne vivo una dimensione del tutto normale, anche perché c’è chi mi chiede dei selfie senza nemmeno sapere chi sono».

Sanremo è un ricordo o un progetto?

«Nessun progetto canoro, nemmeno per un disco nuovo. Piuttosto un libro».