Zen Circus
Zen Circus

Bologna 12 febbraio 2019 - L’essere arrivati diciassettesimi a Sanremo li lascia del tutto indifferenti «perché la scaramanzia è un luogo comune dello storytelling sugli artisti che non ci appartiene». Ma poi basta scavare appena per scoprire che, invece, anche gli Zen Circus hanno il loro piccolo rito portafortuna: tutti i loro tour partono da Bologna. Il prossimo avrà come data-evento quella del 12 aprile al Paladozza dove porteranno il best of della loro ventennale carriera. Ma già oggi, reduci dall’esordio al festival, approderanno in città dove li attende alle 18 lo show case («chiacchiere in libertà su tutto», riassume il senso dell’incontro il frontman Andrea Appino) alla Feltrinelli Ravegnana dove presenteranno la raccolta ‘Vivi si muore - 1999 - 2019’: 17 tracce storiche e due inediti tra cui il brano in gara ‘L’amore è una dittatura’.

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Smaltita la sbornia da red carpet?

«Abbiamo finalmente fatto una dormita come si deve. Comunque è stata una bellissima esperienza. In fondo ci occupiamo del core business del festival, ovvero di musica, perdipiù attorniati da colleghi che parlano, sia pure con accenti diversi, la nostra stessa lingua. E lo scambio arricchisce sempre. Costruire reti con chi si è rivelato affine a noi è stato divertente e può porre basi anche per future collaborazioni. Poi questa è stata un’edizione particolare, piena di outsider come noi».

Un’occasione per uscire dalla nicchia indie?

«Il concetto di grande occasione non ci riguarda, avendo alle spalle vent’anni di una carriera che va da Dio. Popolarità e biglietti non sempre vanno a braccetto. Noi eravamo lì per celebrare la festa dei vent’anni e per uscire allo scoperto esibendo una canzone molto difficile. Per noi è già stata una vittoria poterla cantare. La competizione non ci interessava. Sanremo sarebbe restata un’utopia irrraggiungibile se non avessimo cominciato a immaginarla».

A vostro modo anche nel duetto con Brunori Sas...

«È un amico che arriva dal nostro mondo ma non si può dire che non sia nazionalpopolare. Ha una carriera fulgida».

Da che parte state nelle polemiche sulle votazioni e sul peso delle giurie?

«Il pane di Sanremo sono questi scontri. A noi è piaciuto Mahmood e pure Ultimo che ha un approccio scuro che ricorda Tiziano Ferro. Diciamo che teniamo una posizione mediana, democristiana».

Il concerto del Paladozza riunisce due anniversari: i vent’anni di carriera e il decennale di ‘Andate tutti affanculo’. Come lo concepirete?

«Faremo tutte le canzoni, tranne una, dell’album del 2009 e poi le hit di tutti gli altri dischi. Una sorta di antologia».

Che prelude a un bilancio?

«No, niente bilanci né discorsi tipo ‘siamo maturati’. La frutta che matura sugli alberi finisce che marcisce e casca. Noi siamo diventati una famiglia con il nostro pubblico».

L’amore è una dittatura anche nella vita?

«Dipende. Il concetto che abbiamo voluto enfatizzare è quello di empatia, che abbraccia un significato d’amore più collettivo. L’amore romantico è un must di Sanremo, diciamo che la nostra canzone è il prequel. Le relazioni nascono da una conoscenza che prima non c’era, solo che adesso il mondo fumoso e oscuro comprime un po’ la voglia di creare una tribù allargata. Non ci piace l’idea di guardare gli altri come non fossero come noi, perché ciò preclude in partenza l’approccio».

Il ‘vaffa’ di Grillo coincide temporalmente con il vostro ‘affanculo’. Affinità elettive?

«È un disco che non voleva puntare il dito contro qualcuno ma coglieva un momento storico, captava una situazione di smarrimento che prosegue tuttora. Per questo i primi che vorremmo mandare a quel paese siamo noi, per poter creare le condizioni di un’empatia da cui far nascere una comunità».

Dissacrare è un retaggio tipicamente toscano, come le vostre origini...

«Siamo figli della nostra terra e la nostra Bibbia è il film ‘Amici miei’.