Bologna, 4 febbraio 2014 - «Voglio restare in Danimarca, non mi fido dei giudici italiani». Cezarin Robert Tivadar, il ventiseienne rumeno accusato di essere il maniaco (foto) che ha terrorizzato Bologna, non vuole tornare sotto le Due Torri. Arrestato giovedì scorso a Copenhagen, dove frequentava un master universitario biennale sul turismo, ha negato il consenso all’estradizione durante l’udienza di convalida davanti ai giudici danesi. Tivadar ritiene infatti che a Bologna non riceverebbe un trattamento equo. Ovviamente la scelta non spetta a lui, saranno le autorità danesi a decidere. Il suo «no» avrà come unico effetto quello di ritardare il suo arrivo in Italia.

Ieri in Procura è stato sentito il poliziotto della Squadra mobile salito a Copenhagen per partecipare all’arresto del giovane. Nel racconto (verbalizzato) ai pm Laura Sola e Valter Giovannini, il poliziotto ha descritto la reazione di Cezarin, accusato di due aggressioni sessuali e sospettato di altre due, quando ha aperto la porta della sua camera nello studentato in cui viveva e si è trovato davanti gli agenti.

«Qual è il problema? Non capisco perché siete venuti proprio qui», ha detto in inglese, freddo e impassibile. Nessuna confessione, anzi un atteggiamento di sfrontata negazione. Durante la perquisizione della camera non è stata trovata la sciarpa bianca con le frange, ripresa dalle telecamere di sorveglianza di via Zamboni, che la madre di Tivadar, residente a Bologna e sentita dai pm nei giorni scorsi, ha ammesso di aver fatto con le proprie mani per il figlio. «Ho tante sciarpe — ha spiegato Cezarin — non so dove sia finita quella».

Nell’udienza di convalida, l’accusa è stata sostenuta da una giovane pm danese, Mette Luhdorf, che ha battagliato con l’avvocato, pure danese, di Tivadar. Il ragazzo ha spiegato di essere arrivato a Copenhagen nel settembre 2013 e di essere tornato a Bologna, dalla madre, per le feste di Natale. Quando gli è stato chiesto conto delle accuse, ha scelto di tacere. Alla fine l’arresto è stato convalidato.

Mentre lo riportavano in carcere, nella periferia di Copenhagen, Cezarin ha chiesto al poliziotto della Mobile se il suo nome fosse uscito sui giornali bolognesi. L’agente ha risposto di sì e lui si è preoccupato: «Allora non potrò più tornare a Bologna...». In carcere gli sono stati fatti i prelievi del Dna e gli è stata fotografata la mano destra, che presentava una ferita a un dito e un arrossamento al polso (una delle vittime ha detto di aver morso il maniaco a una mano). «Il taglio è stato un incidente, l’arrossamento è dovuto al freddo», ha detto il ragazzo. Poi ha aggiunto di non far uso di droghe, mentre ha spiegato di bere alcolici quando esce con gli amici. «Tua madre sta soffrendo molto», gli ha infine detto il poliziotto, sperando in una reazione. Ma da Cezarin è arrivato solo silenzio.

Gilberto Dondi