Alcuni studenti della facoltà di Agraria
Alcuni studenti della facoltà di Agraria


Bologna, 17 agosto 2014 - Iscrizioni triplicate e un test d’ingresso all’orizzonte che si frapporrà tra gli studenti e il corso di laurea dei loro sogni. Nulla di nuovo, se non fosse che il corso in questione non ha più un nome esotico ma un richiamo alla più antica tradizione: Agraria. E non le tecnologie agroalimentari, ma il corso classico, tradizionale. Che con i suoi 258 iscritti per un limite fissato da quest’anno a 154 studenti avvierà per la prima volta nella sua storia una selezione settembrina. La tendenza è generale, certo: in Italia quello di Scienze agrarie è l’ambito di studi universitari che cresce di più, con un +72% contro il -22,7% di Giurisprudenza e il – 21% di Economia, qualche anno fa impensabili. Un incremento anticiclico per Alberto Vicari (nella foto), direttore del dipartimento di Scienze agrarie che, comprensibilmente, è ben felice di affrontarlo.

 

Vicari, il test d’ingresso a Scienze agrarie. Dica la verità: pensava fosse uno scherzo?
«In realtà è una tendenza in atto ormai da quattro anni e per tutti i corsi dell’ex Facoltà di Agraria. Quattro corsi triennali e sette lauree magistrali che, in generale, stanno vivendo in questi anni un momento di gloria. Certo il boom di Tecnologie agrarie, che tra tutti è il corso più classico, ci ha piacevolmente stupiti. Ma la crescita è stata costante: nel 2005 c’erano 300 iscritti. Oggi i due dipartimenti ne contano 950».
Scusi la banalizzazione: c’è crisi e si torna alla terra?
«Nulla di banale in realtà: l’agricoltura è un classico settore anti-ciclico che cresce nei periodi in cui la produzione industriale e il mondo finanziario sono in affanno. Poi, certo, il fatto che negli ultimi anni si parli sempre più di cibo in tv e sui media avrà avuto il suo effetto sulle scelte degli studenti».
E di adulti, se ne vedono?
«Anche. Capita sempre più spesso, come puntualmente si racconta sui giornali, che persone provenienti da altri ambiti professionali riscoprano l’agricoltura. E qualcuno di loro, per fare le cose per bene, decide di tornare sui libri e prendersi una nuova laurea in agraria».
Perché a Bologna?
«L’ondata premia Bologna come altri atenei, anche se in alcune città l’incremento è stato molto meno visibile. Il nostro ateneo raccoglie i frutti del lavoro e degli sforzi fatti negli ultimi anni, che ha trovato riscontri anche nelle percentuali occupazionali dei nostri laureati. Siamo riconosciuti sempre più come un centro di eccellenza per gli studi agrari e questo ci lusinga».
Non avrà pesato anche il discorso ricorrente su Bologna città del cibo?
«Il nostro lavoro viene prima. Noi ci occupiamo di materie prime. Ma certo un legame, sebbene indiretto c’è: siamo il primo anello di una filiera che passa per Fico e termina con le eccellenze del cibo».
Nel frattempo, finite le lusinghe, c’è un problema da affrontare: i test d’ingresso.
«Non eravamo abituati. Ma abbiamo fatto conoscenza in fretta, negli ultimi anni, con le lezioni da tenere in aula magna per il numero troppo alto di studenti. Aver tenuto finora l’ingresso libero ci ha esposti a una percentuale di abbandono molto alta. Quello che contiamo di ottenere, da quest’anno, è una selezione a monte che lasci passare gli studenti più motivati. E tenere così alta la qualità che in questi anni ci ha contraddistinti. E premiati».