Bologna, 28 gennaio 2015 - E’ scattata dalle prime ore della mattina l’operazione ‘Aemilia’ che vede impegnati i carabinieri (FOTO) del comando provinciale di Modena, insieme a quelli di Parma, Piacenza e Reggio Emilia. I militari dell’Arma hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del tribunale di Bologna, su richiesta della locale Dda, nei confronti di 117 persone ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, omicidio, estorsione, reimpiego di capitali di illecita provenienza, riciclaggio, usura, emissione di fatture per operazioni inesistenti, trasferimento fraudolento di valori, porto e detenzione illegali di armi da fuoco, danneggiamento e altri reati, aggravati dal metodo mafioso (VIDEO1) (VIDEO2).

I militari dei comandi provinciali di Crotone e Mantova stanno eseguendo, nelle rispettive province e in quelle di Cremona e Verona, decreti di fermo di indiziato di delitto emessi dalle Direzioni distrettuali antimafia di Catanzaro e Brescia nei confronti di 46 soggetti ritenuti responsabili, a vario titolo, dei medesimi reati.  

LE ORIGINI DELL'INCHIESTA

Nel 1982 arriva in Emilia Antonino Ragone, capo mafia calabrese della provincia di Crotone e giunge in Emilia come sorvegliato speciale. Da quel momento in poi lui avrebbe iniziato a ramificare i contatti attraverso gli imprenditori locali. Tanto da riuscire a gestire lo smaltimento dei rifiuti edili conseguenti al terremoto del 2012. Le indagini sarebbero partite nel 2010 e avrebbero presso avvio dalle precedenti inchieste sullle infiltrazioni della 'ndrangheta  e in particolare dall'operazione "Grande Drago" del 2001, l'operazione "Edilpiovra" del 2004 e da due inchieste della Dda di Catanzaro "Scacco Matto" e "Pandora"

LE RISATE SUL TERREMOTO DEL MAGGIO 2012

Risate sul terremoto in Emilia, come all’Aquila. Sono in un dialogo citato nell’ordinanza del Gip tra due indagati, Gaetano Blasco e Antonio Valerio: «È caduto un capannone a Mirandola», dice il primo. «Valerio ridendo risponde: eh, allora lavoriamo là.. Blasco: ‘ah sì, cominciamo facciamo il giro...’», si legge.
La conversazione intercettata è del 29 maggio 2012, il secondo giorno del sisma emiliano. La telefonata è delle 13.29, la scossa devastante, annota l’ordinanza era stata alle 9.03. Blasco e Valerio sono due indagati ritenuti tra gli organizzatori dell’associazione a delinquere di stampo mafioso, contestata nell’inchiesta sulla ‘ndrangheta Aemilia. I due avevano «contatti e rapporti d’affari» con la Bianchini Costruzioni, azienda coinvolta nell’indagine.

La conversazione è citata quasi come simbolica in apertura di un capitolo dedicato proprio alle infiltrazioni nell’attività di ricostruzione post-terremoto. Si può dire che «la ‘ndrangheta arriva prima dei soccorsi, o comunque in contemporanea». È l’osservazione contenuta nell’ordinanza del Gip Alberto Ziroldi nella sezione dedicata alle infiltrazioni della criminalità organizzata nei lavori legati al sisma 2012. Le indagini hanno «permesso di ricostruire con chiarezza il perimetro soggettivo all’interno del quale ha avuto luogo l’infiltrazione criminale». Che «si è prevalentemente realizzata attraverso una perversa joint venture tra l’impresa Bianchini Costruzioni srl. di San Felice sul Panaro (Modena) ed uno dei principali esponenti della consorteria investigata», cioè Michele Bolognino, uno dei promotori della contestata associazione a delinquere di stampo mafioso.

LA CONFERENZA

«Un intervento che non esito a definire storico, senza precedenti. Imponente e decisivo per il contrasto giudiziario alla mafia al nord». Così sull'indagine di Bologna il procuratore Franco Roberti in Procura a Bologna. «Non ricordo a memoria un intervento di questo tipo per il contrasto a un'organizzazione criminale forte e monolitica e profondamente infiltrata».  Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio fu sentito nel 2012  «come persona informata sui fatti» nelle indagini della Dda di Bologna. A dirlo è il procuratore capo di Bologna, Roberto Alfonso. Delrio, ex sindaco di Reggio Emilia, fu sentito nel 2012. «Volevamo capire in che tipo di considerazione la società di Reggio Emilia teneva la comunità calabrese» ha detto Alfonso, aggiungendo che oltre a Delrio furono sentiti altri politici reggiani.

 

POLITICI, GIORNALISTI, FORZE DELL'ORDINE E IMPRENDITORI COINVOLTI

Ci sono anche importanti imprenditori del settore edile coinvolti nell'indagine Aemilia fra cui Giuseppe Iaquinta, padre del calciatore Vincenzo campione del mondo, arrestato nel reggiano e Augusto Bianchini che ha partecipato agli appalti per la ricostruzione post terremoto in Emilia residente nel Modenese. Oltre a loro anche il consigliere comunale di Reggio Emilia Giuseppe Pagliani (Forza Italia). Per quest'ultimo l'accusa è di concorso esterno in associazione mafiosa. I carabinieri lo hanno da poco prelevato dalla sua abitazione di Arceto di Scandiano (Reggio Emilia). Finito in manette anche almeno un esponente delle forze dell’ordine. Una storia lunga oltre 30 anni, è questo il tempo che ci ha messo la cellula dell'ndrangheta stroncata oggi a svilupparsi e radicarsi in Emilia.

A spiegarlo è il procuratore capo di Bologna, Roberto Alfonso, numero uno della Dda dell'Emilia-Romagna. La storia parte dal "9 giugno 1982, data in cui Antonino Dragone arriva in Emilia-Romagna - afferma Alfonso - è allora che viene concepito il gruppo emiliano. In 30 anni, si è sviluppato ed è cresciuto come una metastasi, partendo da Reggio Emilia attaverso Parma e Piacenza fino ad arrivare alle rive del Po a Cremona". L'organizzazione "si è prima insediata e strutturata nel territorio, inquinando diversi settori dell'economia a partire dall'edilizia- dice Alfonso- fino ad arrivare a toccare consulenti, ma anche amministratori e dirigenti pubblici, appartenenti alle forze dell'ordine e anche giornalisti". Il plauso del procuratore Alfonso è invece andato alla cronista de Il Resto del Carlino e corrispondente Ansa, Sabrina Pignedoli, che ha respinto le pressioni per non pubblicare notizie respingendole al mittente. 

LA COSCA

La maggior parte degli arresti, eseguiti su misura cautelare richiesta dal sostituto procuratore della Dda di Bologna Marco Mescolini e firmata dal gip Alberto Ziroldi, sono stati eseguiti nella provincia di Reggio Emilia, dove è presente la cosca Grande Aracri, della 'ndrangheta di Cutro (Catanzaro). Tra le persone finite in manette figurano diversi imprenditori calabresi, alcuni già noti alle forze dell'ordine, tra cui Nicolino Sarcone, considerato anche da indagini precedenti il reggente della cosca su Reggio Emilia. Sarcone, già condannato in primo grado per associazione mafiosa, è stato recentemente destinatario di una misura di prevenzione patrimoniale che gli aveva bloccato beni per 5 milioni di euro.

E' stato chiesto il sequestro di beni per circa 100 milioni di euro.  Dalle carte dell'inchiesta emergerebbe anche il sostegno elettorale imposto dai Grande Aracri ad alcuni candidati emiliani durante le amministrative. Ci sono anche i fratelli del boss già detenuto Nicolino Grande Aracri, Domenico ed Ernesto, tra le persone coinvolte nell'operazione contro la 'ndrangheta. Domenico Grande Aracri, che è un avvocato penalista, è stato arrestato in esecuzione di una delle 117 ordinanze di custodia cautelare emesse su richiesta della Dda di Bologna, mentre Ernesto Grande Aracri è uno dei destinatari dei 37 provvedimenti di fermo emessi dalla Dda di Catanzaro.

IL PROVVEDIMENTO 

Il Gip nel suo provvedimento ha scritto che "in Emilia da oltre un ventiennio agisce una cosca cutrese che ha guadagnato in autonomia", a proposito degli oltre 160 arresti effettuati oggi principalmente in Emilia Romagna. "La criminalità organizzata ha assunto forme in Emilia Romagna che richiedono una particolare interpretazione", suoi tratti caratteristici: "assenza di locali" e natura "prettamente imprenditoriale". "La mafia imprenditrice è quella scoperta in Emilia", ha scritto il gip nel provvedimento contro la 'ndrangheta emiliana, riferendosi in particolare all'imprenditoria edile. Ma sono coinvolti anche rappresentanti delle forza dell'ordine, giornalisti, amministratori pubblici, professionisti e politici.

LE REAZIONI

"Il fenomeno dell'infiltrazione mafiosa specialmente in territori caratterizzati da un tessuto produttivo di grande rilevanza, è un tema che richiede la massima attenzione non solo da parte degli organismi inquirenti, ma anche da parte del sistema delle Istituzioni territoriali, in modo tale da creare una solida barriera contro i fenomeni malavitosi, di qualunque natura essi siano": così il Presidente della Regione Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, commentando la maxi operazione della Dda di Bologna contro la 'Ndrangheta. Bonaccini ha espresso sostegno alle forze dell'ordine rivolgendo un plauso alla Dda di Bologna, al Procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, al Procuratore Capo Roberto Alfonso, "al quale - ha detto -ho telefonato per congratularmi per l'eccellente lavoro svolto, in stretta collaborazione con le forze dell'ordine". Per  i senatori Franco Mirabelli, capogruppo del Pd nella
Commissione Antimafia e Stefano Vaccari (Pd), eletto in Emilia Romagna, «L'operazione di questa mattina conferma la capacità dello Stato e della Magistratura di contrastare la criminalità organizzata». E Vincenzo Colla, segretario generale della Cgil Emilia-Romagna, afferma che contro le mafie in Emilia-Romagna è in corso una guerra, "che dobbiamo vincere noi". Intanto, i gruppi parlamentari di Camera e Senato del Movimento 5 Stelle plaudono all'operazione  e ricordano che «da anni a livello politico e parlamentare, in Regione nei Comuni interessati il Movimento 5 Stelle denunciava con 'nomi e cognomì, interventi e atti istituzionali queste collusioni: in particolare due degli arrestati, Giuseppe Pagliani (Forza Italia) e Giuseppe Iaquinta, padre dal calciatore Giuseppe, erano stati oggetto di nostri atti ispettivi».