Bologna, 13 giugno 2017 - Dieci colpi esplosi da una Makarov albanese semiautomatica calibro 7.65. L’ultimo alla tempia, come in un’esecuzione di mafia. Così era stato ucciso il Nano, al secolo Valeriano Poli, 34 anni, la sera del 5 dicembre del 1999, mentre rientrava a casa, in via della Foscherara. Periferia di Bologna, notte e freddo. Un regolamento di conti. Ma la mano che aveva premuto il grilletto sussurrando "Valeriano, sono qui...", non è mai stata trovata.

Diciott’anni sono passati senza un colpevole. Ora la Squadra mobile ha riaperto il caso, ricominciando da capo. I contatti, i testimoni, gli amici di Poli, guardia giurata e buttafuori delle discoteche più in voga all’epoca in città, sono tornati a parlare. Raccontando di nuovo alla polizia quello che avevano visto e sentito. 

E dal passato è spuntata una pista. Perché il caso di Poli era sì stato archiviato. Ma non senza che una persona fosse stata iscritta all’epoca nel registro degli indagati. Era un quarantenne, oggi quasi sessantenne, che non ha mai saputo di essere sospettato per quell’omicidio. Un boss della mala di periferia, sposato e con figli.

Carico di rancore verso il Nano che una sera lo aveva riempito di botte fuori da una discoteca. Il boss aveva promesso vendetta: "Io e te ci rivediamo col ferro", aveva detto a Poli. Poi su quelle parole erano passati vento e tempo. Perché il magistrato dell’epoca non aveva chiesto un supplemento di indagine e la storia si era chiusa così. Senza che neppure il sospettato fosse informato di essere indagato. Oggi, anche quella posizione è tornata all’attenzione della Squadra mobile, che sta valutando ogni indizio, ogni dettaglio rimasto nell’ombra.

E un primo passo è già stato fatto: nei giorni scorsi, nell’inchiesta bis coordinata dal pm Roberto Ceroni, è stato indagato per favoreggiamento un cinquantaduenne, testimone proprio di quella rissa. Che aveva mentito allora agli investigatori. E che è tornato a farlo oggi. Bugie per coprire l’assassino. La scorsa settimana l’uomo si è presentato in Procura e, assistito dall’avvocato Alessandra Altavilla, si è avvalso della facoltà di non rispondere. La sua posizione è molto delicata e rischia di aggravarsi, qualora emergano ulteriori riscontri su un suo coinvolgimento nei fatti o per depistare le indagini.

Poli sapeva di essere in pericolo. Da qualche tempo riceveva minacce e intimidazioni. Proiettili lasciati fuori dalla porta e spilli, di quelli usati per le corone funebri, sulla macchina. Il Nano era impaurito. Era riuscito a procurarsi una pistola. Ma quella notte non l’aveva con sé. L’aveva nascosta sotto terra, perché qualcuno, indirizzato dallo stesso assassino, aveva fatto girare la voce di possibili perquisizioni in discoteca. Era indifeso. E ormai in trappola.