Luciano Canfora è professore emerito di Filologia classica all’università di Bari
Luciano Canfora è professore emerito di Filologia classica all’università di Bari
di Claudio Cumani Il Colosseo, la Mezquita di Cordoba, il Teatro alla Scala, il Muro di Berlino, il Palazzo della Memoria... E, soprattutto, il Tempio di Gerusalemme che, con la sua tormentata parabola, pare quasi un monito alle tragedie che tanti secoli dopo si sarebbero consumate. Da domani e fino al 6 aprile la domenica mattina alle 11 l’Arena del Sole ospita un ciclo di lezioni di storia intitolato ‘Le opere dell’uomo’ che è frutto della collaborazione fra Ert ed Editori Laterza con il sostegno di Automobili Lamborghini. Tocca a Luciano Canfora, storico autorevole e professore emerito di Filologia classica...

di Claudio Cumani

Il Colosseo, la Mezquita di Cordoba, il Teatro alla Scala, il Muro di Berlino, il Palazzo della Memoria... E, soprattutto, il Tempio di Gerusalemme che, con la sua tormentata parabola, pare quasi un monito alle tragedie che tanti secoli dopo si sarebbero consumate.

Da domani e fino al 6 aprile la domenica mattina alle 11 l’Arena del Sole ospita un ciclo di lezioni di storia intitolato ‘Le opere dell’uomo’ che è frutto della collaborazione fra Ert ed Editori Laterza con il sostegno di Automobili Lamborghini. Tocca a Luciano Canfora, storico autorevole e professore emerito di Filologia classica all’università di Bari, tenere la prima lectio appunto su un’antica pagina ebraica. Poi si succederanno Andrea Giardina, Amedeo Feniello, Carlotta Sorba, Carlo Greppi e Ivano Dionigi.

Professor Canfora, perché, nei suoi studi, si è occupato con tanta frequenza del Tempio di Gerusalemme?

"Perché si tratta di una delle opere più antiche dell’uomo a noi note. E’ re Salomone a dare vita a questo colossale e fastoso edificio che si trasforma ben presto in un simbolo economico. Il luogo infatti diventa il deposito dei contributi raccolti nel regno ebraico. E’ stato saccheggiato sia dagli assiro-babilonesi che dai seleucidi. Poi arrivarono le devastazioni da parte dell’impero romano, di Gneo Pompeo nel 63 avanti Cristo e di Tito nel ‘70 dopo Cristo. La questione della ricchezza è stata ammantata da pregiudizi religiosi".

I romani provocarono un genocidio?

"Lo storico del tempo, Giuseppe Flavio, parla, per quanto riguarda l’assedio di Tito durato ben tre anni, di un milione di morti e di centinaia di migliaia di prigionieri. Nel ‘63 avanti Cristo invece la battaglia durò tre mesi e i combattenti ebraici morti furono 20mila. In realtà le testimonianze sono discordanti e alcune sostengono che Gneo Pompeo si limitò a lasciare liberi i legionari di depredare il tempio. Molti di quei tesori, però, sfilarono a Roma come trofei durante le celebrazioni".

Quali fonti aiutano a ricostruire le due vicende?

"Tacito, Dione Cassio, i frammenti di Livio ma anche Appiano di Alessandria, uno storico fortemente anti-ebraico. Ma soprattutto Giuseppe Flavio che si rivolge anche agli storici a lui precedenti".

Il sentimento antisemita dei romani si univa allo stupore verso una religione senza statue?

"Era un fatto che li meravigliava al punto da avvalorare la credenza che nel tempio esistesse una simbolica testa d’asino aurea. Erano insulti dovuti all’ostilità per una religione che non si assimilava alle altre. I romani provavano disagio verso gli ebrei: li ritenevano bravi ma pericolosi".

Il Tempio fu mai ricostruito?

"Non più dopo la distruzione ad opera di Tito: si pensava che un nuovo tempio portasse ribellione. Ci provò Giuliano l’Apostata senza successo. Venne addirittura letto come profetico il Vangelo di Luca laddove si dice che ’non resterà pietra su pietra’. Ma il riferimento era ad altro".

Perché è importante riconsiderare questa pagina di storia?

"Perché quella violenza genocida si è ripetuta in un tempo a noi vicino con la tragedia della Shoa, che ha segnato il ventesimo secolo. La storia serve da ammonimento".